«Il virus è sempre lo stesso, per questo ora a rischiare è il Sud»: faccia a faccia con l'esperto

Lunedì 19 Ottobre 2020 di Francesco G.GIOFFREDI

Enrico Bucci, professore di Biologia dei sistemi complessi alla Temple University di Philadelphia: più tamponi e più contagi, la correlazione sembra essere stretta, ma in che termini va letta? Il rapporto tra positivi e test è decisamente più basso rispetto alla fase più critica di marzo-aprile, in Italia e in Puglia.
«Il rapporto tra contagi rilevati e tamponi effettuati è una variabile che ci dice se stiamo effettuando abbastanza tamponi, cioè se la nostra capacità diagnostica è sufficiente, per il livello di virus che è in circolazione. Se posso effettuare poniamo solo 100 tamponi e trovo 10 positivi, il valore del rapporto mi dice innanzitutto che devo aumentare il numero di tamponi, non che il virus è fuori controllo. Se invece ho fatto il tampone ad un campione rappresentativo di abitanti, e trovo quel rapporto, allora sì che devo preoccuparmi. Per questo motivo, se si vuole usare i tamponi per sorvegliare l'andamento del virus, ho necessità di scegliere bene il campione di popolazione da tamponare, in modo che sia rappresentativo della popolazione totale».


Cosa sta determinando la risalita dei contagi?
«Non lo sappiamo di preciso. Diciamo che il fenomeno era atteso, sulla base di una moltitudine di fattori - tra i quali l'aumentata mobilità estiva, gli assembramenti al chiuso che in inverno sono maggiori, un certo calo di attenzione generalizzato della popolazione e delle istituzioni. In ogni caso, per questo virus l'innesco di una ripresa epidemica è un fenomeno fondamentalmente stocastico: sappiamo che, nelle condizioni che ho elencato avverrà di certo, ma non sappiamo esattamente né quando né dove».


La crescita sta seguendo un andamento esponenziale? I modelli matematici sono nelle condizioni di prevedere quando (e come) ci sarà il picco?
«Le fasi iniziali di diffusione di un virus seguono sempre un andamento esponenziale. A valori bassi, questo andamento è quasi lineare; quando la crescita comincia ad essere percepibile con chiarezza, si nota molto meglio l'andamento esponenziale. Questo andamento successivamente si interrompe - ben prima di arrivare al picco - e quindi, dopo un picco, si inverte di segno, come avvenuto nella prima ondata. Nessun modello matematico può prevedere con necessaria accuratezza quando vi sarà il picco e quale sarà la sua entità; fra le infinite previsioni, certamente qualcuna sarà più precisa ed altre possiamo già oggi sapere che partono da presupposti erronei, ma, come per le previsioni del tempo, la traiettoria precisa che assume un'epidemia segue le leggi del caos deterministico».


A differenza di quanto s'è verificato durante lo scorso inverno, in queste settimane l'impennata brusca si sta registrando anche al Sud. Perché? Assisteremo a differenze territoriali?
«Il Sud è stato risparmiato dalla prima ondata perché il virus è sbarcato dall'estero dove ci si attendeva, cioè nelle zone d'Italia maggiormente interessate da scambi internazionali, cioè il Nord - come peraltro a suo tempo era stato pubblicato. Questo virus ci mette mesi ad innescare epidemie; inoltre, lockdown e misure di contenimento hanno rallentato la sua diffusione in tutta Italia. Una volta però arrivato a Sud, è bastato qualche mese perché l'epidemia diventasse visibile».


L'ospedalizzazione è più contenuta rispetto alla prima ondata. Anche lei però ha lanciato l'allarme: la curva dei ricoveri sta salendo e i posti letto rischiano la saturazione. Ci sarà presto un brusco aumento dei ricoveri? E i rischi sono maggiori al Sud?
«L'ospedalizzazione non è affatto più contenuta: è il monitoraggio che è cambiato, perché oggi testiamo tutti, persino gli asintomatici, e facciamo un numero molto più alto di tamponi. Se avessimo utilizzato la stessa politica di effettuazione dei tamponi anche nella prima ondata, il tasso di ospedalizzazione sarebbe risultato lo stesso, coerentemente con il fatto che il virus, di suo, non è cambiato, per cui se qualcuno si infetta le probabilità di finire in ospedale sono le stesse di sempre. L'aumento dei ricoveri proseguirà almeno per qualche settimana, perché ciò che vediamo oggi è il risultato di ciò che è avvenuto tre-quattro settimane fa, e non è più modificabile. E i rischi dovuti alla saturazione dei posti letto sono indubbiamente maggiori al Sud».


La Puglia ha un tasso di ospedalizzazione dei positivi più alto della media nazionale e anche la mortalità dei positivi è più marcata: come mai?
«Nessuna di queste differenze è statisticamente significativa. In ogni caso, entrambi i numeri dipendono dalle politiche con cui si effettuano i tamponi; più si usano i tamponi su larga scala, più quei numeri scendono, e viceversa».


C'è una maggiore capacità di contact tracing e di testing. Tuttavia, quale dovrebbe essere la miglior strategia? È necessario sottoporre a tampone quante più persone, oppure è corretto limitare il raggio a sintomatici e a contatti stretti o cluster?
«La strategia migliore dipende dalla fase epidemica. Se la diagnostica comincia ad andare sotto stress, perché i casi positivi aumentano troppo, devono avere la precedenza i casi sintomatici, per ragioni di clinica: devo cioè decidere se un sintomatico va in un ospedale covid o meno, e per questo dirigerò preferenzialmente i tamponi lì, quando avrò molti positivi. Quando sono in fase di sorveglianza, invece, posso usare i tamponi a scopo epidemiologico, per sorvegliare il virus, effettuando test su base statistica».


Come mai sembra spaventare un po' meno l'indice Rt?
«È uno degli indicatori, che da solo ha poco significato».


A marzo s'ipotizzava che dovesse essere necessario moltiplicare per dieci il numero di contagi per avere una fotografia realistica della circolazione del virus. Anche i numeri di oggi rappresentano una sottostima?
«Il numero dei positivi intercettati è sempre una sottostima, e siccome esiste un limite massimo di tamponi che possono essere effettuati, più cresce il numero di soggetti infetti, più questo numero diventa una sottostima. Nella prima ondata si potevano effettuare molti meno tamponi rispetto alle necessità; oggi l'asticella è più alta, ma comunque man mano che l'epidemia progredirà sottostimeremo sempre più il numero reale di infetti».


Sbaglia chi parla di minore forza virale del Sars-Cov-2?
«Certamente, anche perché si tratta di un termine vago che dal punto di vista della biochimica, della biologia e della clinica del virus non è definito. Usare termini suggestivi, ma di scarso significato, è uno degli errori comunicativi peggiori che si possono fare, perché induce in errore la popolazione circa cosa realmente dovrà affrontare».

Ultimo aggiornamento: 17:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA