Conte a Di Maio e Renzi: «Chi non fa squadra è fuori»

Domenica 20 Ottobre 2019 di Barbara Jerkov


ROMA «Bisogna fare squadra, chi non la pensa così è fuori dal governo». È dall'Umbria che si appresta a tornare al voto che il premier Giuseppe Conte, dopo giorni di polemiche e attacchi alla manovra, sceglie di alzare la voce. Lo fa deragliando dalla sua usuale narrazione, ponendo un nettissimo aut-aut non solo a Matteo Renzi ma anche chi, proprio sulla manovra, ha messo in campo le barricate: Luigi Di Maio. Un ultimatum che sembra in asse con il Pd: «Se la fiducia è venuta meno lo si dica».

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Ma bordate arrivano anche dalla Leopolda. «Su Quota 100 faremo un emendamento e vedremo chi vince in Parlamento», annuncia Matteo Renzi al Tg2, pur precisando che sa già che la sua sarà una battaglia di bandiera. Ci pensa Boschi a cannoneggiare sugli ex compagni: «Il Pd sta diventando il partito delle tasse - dice -, noi invece le abbiamo sempre abbassate e vogliamo evitare che aumentino». «Una scivolata infelice», commenta il ministro dem Francesco Boccia. Più duro l'ex renziano Emanuele Fiano. «Se dovete distruggere per esistere, il viaggio sul Titanic è appena cominciato», dice rivolto agli scissionisti.
Troppo, per Conte, che decide di porre il suo stop: il continuo cannoneggiamento è deleterio per questo esecutivo, è il senso del messaggio del capo del governo. Un messaggio duro, almeno nella forma, tanto che, poco dopo, Palazzo Chigi smussa le parole del premier: «Conte non ha fatto riferimento a singoli ministri o forze politiche, ha fatto un discorso più generale». Prevedibile, anche se mancano conferme ufficiali, che le parole del premier abbiano innescato una girandola di telefonate, almeno dei rispettivi staff. Anche perché è facile che la stoccata di Conte abbia fatto andare su tutte le furie il leader M5S. Anche se dal blog pentastellato si cerca di abbassare i toni, caldeggiando unità e assicurando fiducia nel premier. Nel merito, tuttavia, Conte tira dritto: avverte che la manovra è stata approvata e quindi non tornerà in Consiglio dei ministri, ma domani concede quel vertice di maggioranza che Di Maio e Renzi avevano sollecitato. I Cinquestelle amareggiati ricordano ad una ad una le misure che si accingono a rilanciare: dal carcere agli evasori fino alle partite Iva.

«Siamo soddisfatti che finalmente sia stato convocato un vertice come avevamo chiesto», la replica a stretto giro di Di Maio tramite blog, salvo chiosare: «Come M5S non possiamo non negare che certi toni usati in questi giorni, a seguito delle nostre legittime richieste, ci addolorano». Se i contatti tra Conte e Di Maio per ora erano assenti, in queste ore, l'asse creatosi sembra più quello tra il Pd e il premier. Non a caso, prima di Conte, è il vice segretario dem Andrea Orlando a porre il suo aut aut: Iv e M5S «se non ci sono più le ragioni per una scommessa, ce lo dicano», spiega l'ex ministro che aleggia anche l'ipotesi di elezioni. E il concetto sembra trovare in perfetta linea Conte. Questi attacchi, da qualsiasi parte provengano, non fanno bene al Paese, è il ragionamento che si fa a Palazzo Chigi, dove c'è una consapevolezza: se cade questo governo si torna al voto. Ed è una consapevolezza che si aggancia a quello che, nel 2018, fece intendere il presidente Sergio Mattarella: a seguito del voto del 4 marzo c'erano due maggioranze percorribili; una volta percorse non restano che le urne.

LA QUADRA
Anche a Salvini Conte replica per le rime. Abbiamo le mani sporche di sangue? «Queste sono stupidaggini, io ho difeso il nome dell'Italia in Ue rispetto ad una propaganda che ci stava facendo male», sottolinea Conte difendendo, nel corso del suo mini-tour a Eurochocolate, la manovra. «Che io sia contro il popolo delle partite Iva è una fesseria, io ho firmato il provvedimento che prevede l'aliquota del 15% fino a 65mila e, con le risorse del piano anti-evasione puntiamo a ridurre fino a 100mila», rimarca il capo del governo in una giornata in cui Confindustria chiede avverte: «se la manovra peggiora meglio andare a casa». Ma la manovra non cambia, assicura, in perfetto asse con Conte, il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, ricordando che con questo provvedimento «sono state evitate tasse per oltre 26 miliardi a carico dei cittadini».

 

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