Governo Draghi, Salvini si smarca da Meloni: «Ci siamo, se porta stabilità»

Governo Draghi, Salvini si smarca da Meloni: «Ci siamo, se porta stabilità»
Governo Draghi, Salvini si smarca da Meloni: «Ci siamo, se porta stabilità»
di Barbara Acquaviti
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Giovedì 4 Febbraio 2021, 00:07

ROMA «Se sarà Draghi a portare stabilità noi daremo il nostro contributo con l’idea che la parola debba tornare prima possibile agli italiani». A sera Salvini conferma la svolta in atto nella Lega. Se dopo settimane di vertici unitari Matteo ammette che ci sono «idee diverse» vuol dire che ormai il tappeto non riesce più a coprire la polvere che si è cercato così pervicacemente di nascondere.

Quel tappeto era la fine dell’epoca giallo-rossa e il trasloco di Giuseppe Conte da palazzo Chigi. Per raggiungere l’obiettivo, il centrodestra ha dovuto serrare i ranghi, giocando di sponda con Matteo Renzi, per impedire che andasse in porto l’operazione dei responsabili. Ma, ora, l’obiettivo è archiviato e con esso anche la compattezza dell’opposizione.


Posizioni diverse


L’ennesima riunione convocata per far vedere che si decide tutti insieme si conclude, di fatto, con un «vediamo, aspettiamo». Giorgia Meloni insiste perché ci si presenti al cospetto di Mario Draghi già con una posizione unica definita: «Noi vogliamo votare contro, ma sono disposta a cercare un punto di caduta. FdI si può astenere, ma dobbiamo farlo tutti insieme. Questo è il massimo».

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La proposta cade nel vuoto. Alla fine il compromesso sta appunto nella decisione di rinviare ogni decisione, di aspettare le consultazioni dove si cercherà di andare uniti, ma sempre ricordando che la via principale è quella del voto. «Continuiamo a ribadire con coerenza che la strada maestra sono le elezioni», ma «ovviamente siamo persone educate, siamo realisti, sappiamo che il Paese ha bisogno di risposte. Andremo da Draghi ad ascoltare, capire, proporre, valutare. Non abbiamo pregiudizi», è la sintesi che Salvini fa alla fine davanti alle telecamere.


Silvio Berlusconi è collegato via Zoom dalla Provenza, ma sono giorni che parla di un «governo dei migliori». «Io ho voluto Draghi alla Bce ma, al contrario di quello che si pensa, non ho con lui un rapporto così idilliaco. Ma questa scelta di Mattarella va nella direzione che ho sempre indicato, come si fa a dire di no?». Maurizio Lupi introduce un altro problema: l’ex numero uno di Francoforte, dice, «parla al nostro stesso elettorato. Sarebbe incomprensibile se sbarrassimo la strada a un nome di tale caratura».


L’elettorato, appunto. Quello di Giorgia Meloni vede in Draghi il burocrate, ma il mondo produttivo del Nord chiede che non si porti il Paese a elezioni e considera l’incarico conferito da Mattarella come un carro sul quale saltare al volo. Quelle istanze nella Lega hanno orecchie attente nei governatori - a cominciare da Luca Zaia - ma anche nell’ala dei governisti che ha il suo punto di riferimento in Giancarlo Giorgetti. 

 


Giorgetti plaude


Più volte, e pubblicamente, il numero due del Carroccio aveva auspicato che si arrivasse a questo punto. Nel corso del vertice, raccontano, non avrebbe preso posizione. Anche per non disfare il lavoro di mediazione che Salvini sta tentando di fare. La proposta di compromesso del segretario è quella di un via libera all’esecutivo Draghi purché a tempo: qualche mese, quanto basta perché si sciolga il Parlamento prima del semestre bianco. 


«Se dice che si va a votare tra due anni, è chiaro che non si può», chiosa il leader della Lega. «Ma se facciamo così il governo Draghi non nascerà mai e il Paese non se lo può permettere», l’obiezione che gli è stata fatta. Per Forza Italia, d’altra parte, significherebbe anche evitare una spaccatura interna: ci sono deputati e senatori, dell’area di Mara Carfagna, pronti a dire di sì a prescindere.


Azzurri e cespugli sono in pressing sulla Lega. Riuscire a portare il Carroccio sull’ipotesi di sostegno all’esecutivo istituzionale è l’obiettivo. «Ci stiamo lavorando, ma Salvini ha bisogno di tempo», sintetizza un dirigente. Entrare nell’esecutivo Draghi per lui sarebbe un modo per togliersi quella fama di “descamisado”, ripulirsi l’immagine di inaffidabile. Ma c’è il rischio di lasciare la Meloni libera di lanciare la sua Opa sull’elettorato di destra.

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