Dimissioni Draghi, pontieri e allarme mercati. Ma il premier: non resto

Il Pd si muove per ricomporre, il presidente del Consiglio vuole evitare persino le repliche dei partiti

Dimissioni Draghi, pontieri e allarme mercati. Ma il premier: non resto
Dimissioni Draghi, pontieri e allarme mercati. Ma il premier: non resto
di Francesco Malfetano
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Venerdì 15 Luglio 2022, 00:27

«Basta, basta». Mario Draghi ha appena finito di leggere la sua lettera al consiglio dei ministri. Il tono è stato quello di sempre. Asciutto. Definitivo. I ministri applaudono. Tutti. Compresi quelli dei cinquestelle. Fa per andarsene. Andrea Orlando tenta l’estrema mediazione: «Ripensaci, la questione del termovalorizzatore è troppo piccola per staccare la spina» riportano diversi presenti. Roberto Cingolani non ce la fa, scatta e alza i toni: «Dite queste cose perché siete politici! Io ho un lavoro a cui tornare. Questa situazione è colpa vostra e ora gli chiedete di ripensarci». Draghi è ancora lì. Fissa un istante i presenti. «Basta» dice. Prova a non perdere la calma. E se ne va. Da Chigi al Quirinale (per la seconda volta). Fermi tutti, io scendo dall’otto volante. Eppure, per qualcuno, non è ancora detta l’ultima parola.

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LE 5 GIORNATE
Il testo della lettera viene fatto filtrare dalla comunicazione. «La maggioranza di unità nazionale che ha sostenuto questo governo dalla sua creazione non c’è più». Manca però l’ultima parte di ciò che il premier ha detto ai ministri: «Mercoledì renderò comunicazioni alle Camere». Draghi ha parlamentarizzato la crisi. In Aula spiegherà i suoi motivi e saluterà. La lettura immediata di molti. Passa qualche minuto e dietro il rinvio alla prossima settimana si legge in controluce un messaggio di speranza. «Ora ci sono cinque giorni per lavorare affinché il Parlamento confermi la fiducia al governo Draghi e l’Italia esca il più rapidamente possibile dal drammatico avvitamento nel quale sta entrando in queste ore» twitta immediatamente Enrico Letta. La situazione in pratica sarebbe in stallo. Una qualche conferma arriva dal Quirinale. «Il Presidente della Repubblica non ha accolto le dimissioni» comunica il Colle subito dopo il secondo colloquio della giornata tra Sergio Mattarella e il premier. 

 


I partiti allora si fanno sotto e, con in testa proprio il Pd, si dicono pronti a tutto per un nuovo rilancio. Il tempo per mettere d’accordo l’intera maggioranza attuale non manca. Anzi, i giorni di pausa potrebbero giocare a favore dell’estremo tentativo. Solo quando stamattina le borse riapriranno si avrà vera contezza di quanto Draghi sia stato uno scudo per il Paese in questi mesi. Lo spread schizzerà in alto. E in più ci sarà da stilare una lista di cosa resta in sospeso. Non solo i 55 obiettivi del Pnrr da centrare entro la fine dell’anno o tutto il lavorío già realizzato sulla legge finanziaria, ma anche le riforme. Se è vero che il decreto Aiuti è stato comunque licenziato ieri, senza il premier si impantano i decreti attuativi rimasti in sospeso. In un colpo solo saltano ad esempio Fisco e Concorrenza. Vanno in fumo mesi di trattative. La speranza di Enrico Letta, ma anche di Matteo Renzi, Carlo Calenda e Luigi Di Maio è che l’enormità della reazione dei mercati a questo disastro possa finire con il convincere il premier. Ma serve una maggioranza identica e «granitica». Il «bis» per Draghi e per Mattarella non è un’opzione. La sola potrebbe essere confermare la stessa identica compagine di governo. La Lega però già frena. E anche Forza Italia è rigida. «È finita» dice quasi sconsolato uno dei ministri azzurri. 


IL TIMING
Anche chi ha passato questi 17 mesi accanto a lui è poco ottimista: «I giorni che lo separano da mercoledì non servono a convincersi che c’è una soluzione alternativa» il ragionamento. Il timing è tecnico. Lunedì e martedì (ma il viaggio potrebbe essere “tagliato” di 24 ore) è previsto ad Algeri un vertice intergovernativo a cui non può presentarsi da dimissionario. Ci sono dei contratti importanti da firmare. Al rientro poi, mercoledì, Draghi si presenterà alle Camere solo per una «comunicazione formale». Sarebbe stato lui a chiedere a Mattarella di farla. Il premier ci tiene a chiarire ai parlamentari e soprattutto al Paese le motivazioni che lo hanno portato alla sua scelta. «E non avrebbe potuto farlo da dimissionario» spiegano fonti informate vicine all’esecutivo. Per questi due motivi Mattarella avrebbe rigettato le sue richieste. Lo slittamento però, si vocifera, è funzionale anche a chi lavora ad un ripensamento. Ma servirebbe «un miracolo dei partiti» come lo chiamano tra i corridoi di palazzo Chigi. 

 

In realtà però, a quanto trapela, il premier avrebbe in mente di evitare il più possibile questo tipo di pressioni. Al punto che avrebbe in mente di sottrarsi a quel rito parlamentare che mercoledì, dopo le sue comunicazioni, prevede che lui ascolti anche le risposte dei partiti. Un passaggio che non entusiasma Draghi. Il premier un po’ come già accaduto ieri in consiglio dei ministri, non vorrebbe assistere alle repliche. Draghi andrebbe dritto al Quirinale a rassegnare le sue dimissioni. Stavolta sì, definitive. 

 

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