La nostra salute e il sovrapprezzo della sofferenza

La nostra salute e il sovrapprezzo della sofferenza
di Rosario TORNESELLO
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Sabato 16 Aprile 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 15:46

Nel 2022 non c’è più davvero alcuna ragione, nessuna, perché la Sanità in Puglia debba essere diversa da quella di qualsiasi altra area del Paese per efficienza, produttività e competenza. La scienza medica è una. Dai primari agli infermieri, tutti hanno studiato da qualche parte in Italia - non di rado all’estero - e molti sono tornati nelle rispettive città, province, regioni. I loro percorsi formativi incrociano quelli di migliaia di colleghi arrivati nelle aule universitarie da altre zone: li accomunano studi, libri, professori, atenei. Passione. Non è la qualità dei professionisti che si discute, ma il livello medio delle prestazioni. E allora?

Perché, allora, dal Sud ci si sposta al Nord e non accade il contrario? Perché questo intollerabile sovrappiù del dolore che sono i viaggi della speranza? Perché la Puglia sprofonda sotto una montagna di debito (412 milioni in soli due anni, l’ultimo dato) per prestazioni sostenute altrove? Perché i concetti di “cura” e “prendersi cura” hanno valore in alcuni centri e meno, molto meno, in altri? Perché in tanti saltano su auto, treni e aerei pur di lasciare la Puglia anche per interventi modesti? Perché oltre il 50% dei casi, secondo i bilanci ufficiali, riguarda prestazioni a bassa (bassa!) complessità? Cosa fa la differenza? Di cosa non ci fidiamo? Di cosa abbiamo paura?

Il disastro non parte oggi, chiaro, anche se oggi è il tempo indefinito (e infinito, quindi buono per qualsiasi stagione) in cui si annunciano piani e preannunciano svolte. Se il problema non è (o non è tutto) nella formazione degli operatori sanitari, da qualche parte deve pur stare. Forse è in noi, può essere: spesso pensiamo che l’altrove sia un luogo affidabile anche solo per perdere peso. Ma ancora non basta. Forse è nello squilibrio territoriale per la ripartizione dei fondi, sicché fuori - e non qui - è più facile avviare percorsi virtuosi che catalizzano attenzioni, attirano pazienti e perciò incamerano ulteriori risorse (e comunque gloria eterna ai luoghi e alle persone di eccellenza, ovunque siano in terra). Sarà vero, tutto questo. E non c’è motivo per dubitarne. O forse, più realisticamente, è vero solo in parte. Ed è su questo, la parte restante, quella del baratro e dello sconforto, quella pessima dell’inefficienza, quella non proprio residuale dell’inadeguatezza, è su tutto questo - dunque - che qualche domanda occorrerà farsela. Necessariamente.

Ad esempio: l’organizzazione complessiva, l’assistenza agli utenti, la vicinanza ai sofferenti (parenti inclusi), tutto bene? La selezione della classe dirigente, l’allocazione delle risorse, la predisposizione dei servizi, nulla da eccepire? Clientelismi, favoritismi, familismi e l’intera sequela degli “ismi”, tutto sotto controllo? Le lamentele degli ammalati, i maltrattamenti accusati, l’insignificanza attribuita e la disattenzione riservata al male e al malessere altrui, sempre campati in aria? Davvero? Sicuri?

Dicono che quando c’è la salute c’è tutto. Straordinariamente vero in tempi di guerra e pandemia. Ma la salute non è data una volta per sempre, come patrimonio inossidabile, inattaccabile e immarcescibile. Va custodita, salvaguardata e, all’occorrenza, ripristinata, quando possibile, con gli strumenti a disposizione, con le professionalità in servizio, tutte, qui e altrove, senza distinzioni. Riportata a livelli accettabili e dignitosi. Ma per far questo occorrono strutture, efficienza e dedizione, precondizioni necessarie perché la salute, appunto, ci sia e possa essere davvero tutto per il sol fatto di goderne appieno, e di certo molto più di qualsiasi altra situazione fisica e stato d’animo. In caso contrario, in assenza dei livelli minimi, finisce che pure i detti popolari inevitabilmente inciampino e vadano a sbattere. Con tutte le complicazioni del caso, almeno da queste parti. Per i noti problemi.

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