Riforma della giustizia, il presidente Anm Scardia: «A rischio prescrizione 6.200 processi in Appello»

Giovedì 22 Luglio 2021 di Erasmo MARINAZZO

«Parliamo di Lecce: impegnandoci al massimo, profondendo tutte le energie a disposizione è possibile chiudere nei due anni le sopravvenienze, cioè i processi nuovi. Ma ci sono 6.200 processi pendenti in appello: chi li fa, se tutti i nostri sforzi sono concentrati a non rendere improcedibili le sopravvenienze? I 6.200 processi pendenti saranno destinati a prescrizione certa. Viceversa se profondiamo tutti i nostri sforzi per toglierci le pendenze, automaticamente le sopravvenienze diventeranno improcedibili. Se distribuiamo gli sforzi sui due fronti, ci saranno inevitabilmente morti e feriti dall'una e dall'altra parte». La pensa così il presidente della sezione distrettuale dell'Anm, Vincenzo Scardia, sulla riforma della giustizia del Governo Draghi. La giunta si è riunita nella giornata di martedì per analizzare il documento prodotto dalla giunta nazionale e per fare il punto sulle possibili ricadute delle riforme a livello distrettuale.

Presidente, condivide l'obiettivo della riforma di dare ai cittadini la certezza sui tempi del processo?
«Non c'è una opposizione preconcetta, sia chiaro. Resta il punto davvero critico, il tempo di durata del processo d'appello. Una tagliola, questi termini capestro che non fanno i conti con la realtà giudiziaria e porteranno inevitabilmente ad una ecatombe di processi: processi nuovi o processi già pendenti. Certamente non si riuscirà ad evitare la prescrizione per i processi già pendenti o l'improcedibilità per le sopravvenienze. Questo sistema porterà all'abbattimento delle pendenze, ma per morte violenta: molti reati resteranno impuniti. Non si va nel senso di una celere risoluzione dei processi, ma ci si affida alla prescrizione e all'improcedibilità. Vorrei che i cittadini sin da ora se ne rendano conto. Basterebbe qualche correttivo di sostanza nei tempi di definizione dei giudizi d'appello per potere perlomeno lanciare una scommessa. Con i due anni in Appello ed uno in Cassazione non si tiene conto del principio di realtà».


I gravi casi di malagiustizia con processi lunghissimi chiusi con assoluzioni anche dopo 19 anni (da Bassolino a Mannino, da Penati al sindaco di Lodi, fino ad Alemanno per Mafia capitale, o per restare a noi Scoditti). Carriere stroncate senza che nessuno paghi. È giustizia questa?
«Una giustizia che arriva dopo 20 anni, tanto che sia una sentenza di assoluzione che di condanna, non è giustizia. L'articolo 111 della Costituzione, che è un pilastro del nostro ordinamento, ci impone che i processi abbiano un tempo ragionevole. Giustamente ci si chiede: come si può fare? Ci siamo chiesti se non sia un dato di esperienza quotidiano il panpenalismo, cioè la tendenza a creare sempre nuove fattispecie di reato. Tutto diventa penale, anche ciò che non lo merita. La prima grande operazione di bonifica legislativa sarebbe una sana depenalizzazione, nel senso di lasciare ai magistrati del penale la trattazione dei processi che meritano una pronuncia su fatti che determinano veramente allarme sociale. Per gli altri sarebbe molto più efficace una sanzione amministrativa o civile. Ed ancora: potenziare il ricorso ai riti alternativi e incentivare le assunzioni. In Italia 12 magistrati e 400 avvocati ogni 100mila abitanti, in Germania il numero dei magistrati è doppio».

La prescrizione, dunque, il punto critico di questa riforma?
«Il punto critico della riforma, e l'Associazione nazionale magistrati ha già lanciato l'allarme, è proprio la previsione della causa di improcedibilità nei giudizi di appello: si è voluto sicuramente porre rimedio ad una innovazione non condivisibile, ossia il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Il processo deve avere tempi ragionevoli, ma per il principio di realtà richiamato dalla stessa Anm, dobbiamo fare i conti con quella che è la situazione giudiziaria nazionale e locale. Se già oggi i processi durano così tanto e si corre per evitare la mannaia della prescrizione, è chiaro che una volta eliminata la prescrizione il processo potrà durare diversi anni e quindi si rischia di restare imputati a vita. Una cosa inaccettabile, secondo il mio punto di vista»

Solo ombre o anche luci?
«Alcune riforme vanno nella direzione giusta. Viene previsto in caso di condanna in abbreviato, la riduzione di un sesto della pena se l'imputato non appella. Se l'imputato presta acquiescenza, se non impugna, avrà una riduzione di un sesto: otto mesi? Otto mesi meno un sesto. Altra misura sicuramente efficace è l'ampliamento del catalogo dei reati per i quali potrà essere prevista la tenuità del fatto. Ancora una misura deflattiva di cui si aveva bisogno è l'eliminazione dei reati ostativi per il concordato in appello, una sorta di patteggiamento sulla pena riportata in primo grado. Si elimina il giudizio di merito. Ciò comporta che anziché scrivere una sentenza di 300 pagine, prendi atto dell'accordo e ti dedichi ad altro. Ancora: una volta che c'è la nomina, la notifica si fa al difensore di fiducia senza inseguire l'imputato, norma ragionevole».

Ultimo aggiornamento: 14:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA