Vecchie fontanelle dimenticate: un progetto per recuperarle

Vecchie fontanelle dimenticate: un progetto per recuperarle
di Alessandra LEZZI
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Lunedì 25 Aprile 2016, 07:39 - Ultimo aggiornamento: 21:20
“All’acqua, all’acqua, alla fendana nova, ci nu tene la zzita se la trova”. Un detto degli anni Venta racconta il ruolo sociale che le fontanelle in ghisa dell’Acquedotto Pugliese hanno avuto nella nostra terra.
Fulcro della vita quotidiana delle famiglie in questo tacco d’Italia da sempre povero di acqua, l’arrivo di queste sorgenti, portatrici di freschissima pura trasparente linfa, significò non solo semplificarsi buona parte della consueta routine giornaliera, ma anche imparare ad essere comunità. Le fontane non furono solo occasioni di innamoramenti casuali, ma scuse per incontrare l’amata, per giurarle fedeltà eterna e per rubarle un bacio, sperando che i fratelli fossero lontani alla vista e le vicine affaccendate in altro. A loro modo divennero l’agorà delle donne, cui la frequentazione della piazza era invece vietata come fosse il diavolo. Divennero ritrovo di chiacchiere, di sfoghi, di risate, di confronto, di confidenze dalla voce bassa e le gote rosse. Divennero una novità bella e fresca come il fiotto che veniva fuori da quel rubinetto. Furono il parco giochi di generazioni di bambini, l’alba di solide amicizie e indissolubili complicità, in qualche caso il centro di potere dei bulletti del quartiere.
Una lunga storia di paesi e delle generazioni che ci hanno vissuto che già da tempo Aqp ha iniziato a raccontare e valorizzare incuriosendo pochi appassionati e niente più. A portarla alla ribalta invece l’idea di un giovane leccese che della sua ricerca ne ha fatto una pagina Facebook (“Le vecchie fontanelle”), e così le storie sono diventate immediatamente virali, interessanti, coinvolgenti. In cinque giorni il progetto ha avuto un successone, e impazzano suggerimenti, complimenti e segnalazioni. Stefano D’Aprile, 36 anni, è entusiasta: un fiume in piena di idee e di ottimismo.
 
«La lampadina mi si è illuminata – racconta – osservando una splendida ricostruzione di fontana in pietra leccese realizzata da mio padre. Ho cominciato a girare, a fotografare, a leggere, a raccogliere storie, a parlare con gli anziani. Hanno tanto da raccontare. È un patrimonio che rischiamo di perdere, di lasciarci sfuggire dalle mani come fossero granelli di sabbia».

E ognuno di quei granelli racconta un pezzo di Salento, un pezzo di storia di ciascuna famiglia, di ciascun paese, di migranti, di matrimoni combinati, di fuitine da protesta e paura, di successi, di tragedie, d’amore, di morte e di vita. In soli cinque giorni la pagina del social network, dal nome tanto semplice quanto significativo, ha superato i settecento contatti. E non solo quelli. Agli appelli di Stefano che invita tutti a mettersi in moto per farne un progetto comune, rispondono in tantissimi. Arrivano segnalazioni, altre idee, e tanti, innumerevoli racconti. Sprazzi di quotidianità di rara bellezza e genuinità.
Tutto il materiale sarà raccolto e consegnato alla città di Lecce e ai salentini con una mostra fotografica e un cortometraggio. Ma c’è di più. La mappatura e il censimento delle fontane ancora esistenti nel capoluogo e nelle sue marine – ventiquattro in tutto – ha ottenuto il plauso dell’amministrazione comunale che si è impegnata ad un restauro completo di questo eccezionale patrimonio. Malaticcio, al momento.

Proprio come lo raccontava Aldo Palazzeschi: “Cloffete, cloppete, clocchete... Mia povera fontana, il male che hai il cuore mi preme. Dio santo! Quel suo eterno tossire mi fa morire. Un poco, va bene. Ma tanto, che lagno! […] Andate, mettete qualcosa per farla finire”. Torneranno – ce lo auguriamo tutti – ad un’immagine più lieta, come quella decantata da Umberto Saba: “Fontanella è cara a tutti, al vecchio curvo come al giovane. Offre un sorso di vita ad ogni vita, che in sé grata l’accoglie, poi l’oblia, per proseguire ignara al suo destino».
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