Roma, i ristoratori stendono a terra le loro tovaglie: «Il piatto è vuoto, 5 mila aziende tra un mese non riapriranno più»

Giovedì 29 Ottobre 2020 di Flavia Scicchitano
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Tovaglie, piatti e posate stese in terra: simbolo del disagio di un settore, quello della ristorazione, che rischia di patire più di altri i danni collaterali della pandemia. Così chef, cuochi, ristoratori e gestori dei pubblici esercizi di Roma si sono radunati ieri mattina in piazza del Pantheon per protestare contro le ultime misure adottate nel dpcm dal Governo per fronteggiare il Covid-19. 

 

 


NIENTE A TAVOLA. Il presidio è stato promosso da Fipe Confcommercio Roma. I manifestanti hanno apparecchiato le tavole a terra, perchè «più di così non si può scendere», ha ammonito il presidente di Fipe Confcommercio Roma, Sergio Paolantoni. Tanti i cartelli esposti, come ad indicare che la protesta è davvero una cosa seria e coprattutto sentita anche da chi in piazza non c’era: “Siamo a terra”, “vogliamo fare impresa” e “no a restrizioni di orari”. 

 


FALLIMENTI. «Abbiamo stimato che nel settore circa 50 mila aziende su 300 mila, quasi il 20%, sono a rischio fallimento. Solo a Roma 5 mila esercizi probabilmente non riapriranno e questo è un problema occupazionale importantissimo: sono a rischio circa 300 mila dipendenti. Le misure del governo, con la chiusura delle ore 18, sono un lockdown di fatto perchè impediscono di lavorare dopo una certa ora», dicono i vertici di categoria. Del resto, un altro dei motivi di desertificazione del centro della capitale è anche dovuto dall’inspiegabile chiusure della Ztl imposto dalla sindaca Raggi. In piazza anche il leader della Lega, Matteo Salvini: «Le persone si infettano in metro e autobus affollati, non in palestra o in piscina - ha detto -. Stanziare 5 miliardi di euro (nel decreto Ristori, ndr) per un settore che conta 1,5 milioni di lavoratori non può essere sufficiente». 

 


VOCI DISPERATE. «Ho speso 15 mila euro per adeguare il mio ristorante alle norme di sicurezza sanitaria - dice il titolare di un locale presente in piazza - Se devo chiudere alle 18 non guadagno più e sono costretto a chiudere». «A pranzo, con lo smartworking sempre più spinto e la paura che attanaglia le persone, oramai non viene nessuno», lamenta un’altra ristoratrice. Anche Francesco Testa, patron dello storico locale “Checco allo scapicollo” di via Laurentina, chiede al Governo di ripensarci e lancia un appello alla sindaca Virginia Raggi consegnando, come già fece a maggio, le chiavi dell’attività: «Roma muore, perché muoiono la ristorazione e il turismo».

 

Ultimo aggiornamento: 09:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA