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L'intervista/Carlo D'Amicis: «La memoria? Non è solo un'etichetta»

L'intervista/Carlo D'Amicis: «La memoria? Non è solo un'etichetta»
di Giorgia SALICANDRO
6 Minuti di Lettura
Mercoledì 13 Luglio 2022, 05:20

Che vita avrebbe oggi il nipote di Adolf Hitler, il più grande criminale della storia? Se lo chiede Carlo D’Amicis nel suo nuovo romanzo, “La regola del Bonsai”, edito da Mondadori. Tutt’altro che un semplice esercizio retorico: nelle 286 pagine del libro lo scrittore tarantino - autore dei programmi di Rai 3 “Quante storie” e “Le parole per dirlo” e di “Fahrenheit” su Radio 3 - insieme a una storia ci consegna una questione decisamente scottante, che come nell’eterno ritorno nietzscheano rimorde ancora oggi, in un mondo attraversato da conflitti abbarbicati su revanscismi duri a morire. La presentazione domani alle 19 a Lecce nell’ambito della rassegna Agostiniani Libri.
«Se ciascuno di noi fosse consapevole del male che è stato commesso, e come essere umano se ne sentisse responsabile, non correremmo più il rischio di ripeterlo» riflette Werner al culmine del suo viaggio, fisico e interiore, che dalla casa del padre, nostalgico nazista appassionato di giardinaggio e manipolazione, lo porta a rifugiarsi a No Land, “non luogo” della periferia berlinese, e infine nel Sud d’Italia, in Puglia, tra piani temporali e voci interiori convergenti senza soluzione di continuità. 
Un viaggio dell’uomo che attraversa anche i temi dell’invenzione della memoria (parafrasando Hobsbawm), e che sembra dirci, nella rivolta di Werner, che anche il destino può essere una questione di scelta. Nel 2017 dal suo romanzo “La guerra dei cafoni” è stato tratto l’omonimo lungometraggio di Davide Barletti e Lorenzo Conte. Anche in questo nuovo libro la scrittura guarda al cinema: addirittura, nasce come soggetto di un film...
«Sì, il nocciolo originario è un soggetto cinematografico concepito con Davide Barletti. Ne ho parlato, al tempo, a Mondadori, e mi hanno spinto a riscriverlo sotto forma di romanzo. In questo passaggio, chiaramente, sono avvenute delle trasformazioni non solo di lingua, ma anche di struttura narrativa, che adesso tornano utili per il progetto iniziale. Non nascondo che a me e a Davide piacerebbe chiudere il cerchio, e provare ora a tirarne fuori un film».
La storia del nipote di Hitler, il simbolo stesso del male assoluto: come le è venuta in mente?
«Werner, il protagonista, è venuto fuori un po’ come la “rappresentazione scenica” di un disagio che ho provato di fronte a certi automatismi venutisi a creare attorno al tema della memoria. Lo dico subito a scanso di equivoci: considero la memoria uno dei valori primari e distintivi del nostro essere cittadini e persone, ma ho l’impressione che negli ultimi anni, mentre da un lato questo concetto diventava un valore da insegnare nelle scuole, si sia trascurato che la memoria è un processo articolato, in cui ci deve essere lo spazio per un’elaborazione del vissuto e una proiezione verso il futuro. Diversamente c’è il rischio che ci tenga bloccati e ci spinga a costruirci degli alibi. Parlo della dimensione collettiva della storia, ma anche di quella personale. L’altra settimana sono capitato in un convegno di psicanalisti, che mi hanno detto di essersi riconosciuti in questa lettura: i loro pazienti chiedono spesso alle persone che li hanno accompagnati nella crescita un “risarcimento”, ma in realtà i danni del passato vanno elaborati e trasformati. Certo, per superare rancori e conflitti devi passarci nel mezzo, altrimenti diventa negazionismo, revisionismo, il peggio del peggio. Nel mondo ci sono state e ci sono guerre che poggiano le loro ragioni su questioni politiche vecchie anche di secoli: pensiamo alla guerra della ex Jugoslavia, che nasce da una rivendicazione identitaria quasi “preistorica”. Le identità, al contrario, non sono immutabili. Anche Werner è schiacciato dal proprio passato: chi altri avrebbe potuto esserlo più del nipote di Hitler? Con Davide Barletti, poi, abbiamo lavorato sull’idea della Puglia flagellata dalla Xylella - un’altra ambientazione del libro - su questo paesaggio ferito, radicalmente mutato in pochi anni».

Un’altra questione aperta, legata ai temi della memoria e dell’identità...
«Ripeto: non parlo di buttare via le cose senza dar loro valore, i paesaggi poi sono simboli di un territorio, una forma di riconoscimento di chi ci vive. Però la vita a volte chiede di trasformare il nostro paesaggio interiore: tutti quanti viviamo delle “infezioni” a cui bisogna dare delle risposte positive nel tempo, liberare spazio per costruire nuova vita».
La valorizzazione della memoria passa da musei e parchi tematici, dalla ricerca ma anche dalla spettacolarizzazione. Nel Salento ad esempio, a Galatina, per la festa di San Paolo oggi si rappresentano le “tarantate” negli stessi luoghi in cui solo pochi decenni fa donne, e uomini, si recavano per curare i mali dell’anima.
Nel romanzo il personaggio di Danny Grunberg, che vuole realizzare un reality con i discendenti dei più grandi mostri della storia, è un po’ lo spirito del nostro tempo, che a questa idea feticista della memoria aggiunge anche un elemento commerciale. Questa banalizzazione, e direi volgarizzazione del nostro vissuto che diventa slogan, etichetta, qualcosa di appiattito e vendibile, certamente non può diventare quella parte di noi che ci dà la spinta vitale ad andare avanti». Il cognome del protagonista è Wolf, “lupo” in italiano, e richiama il topos narrativo della fiaba occidentale. In un’intervista ha dichiarato che un titolo alternativo avrebbe potuto essere “Il lupo cattivo”».
Ribaltare il punto di vista può essere un esercizio utile al rapporto con la memoria?
«I ruoli a volte finiscono per diventare degli stereotipi, e non ci danno l’occasione di essere ripensati, interrogati. Per statuto, nelle fiabe il lupo è cattivo, e Werner è il “lupo cattivo” ancora prima di aver fatto qualcosa, solo per il sangue che gli scorre nelle vene, per il posto in cui il destino lo ha collocato. La rivoluzione del lupo sta in questo: cambiare la prospettiva, come succede a Werner con se stesso, è sempre utile, è una lezione di vita. Esplorare il mondo attraverso la scrittura deve essere anche questo».
Se la memoria diventa una coazione a ripetere schieramenti e lotte di posizione, ci sta dicendo che, come suggerisce la ragazzina incontrata in Italia da Werner, dimenticare a volte è salvifico tanto quanto ricordare?
«Sì ma, certo, una cosa è dimenticare, l’altra è rimuovere». 

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