«Alda Merini, mia madre: tosta e generosa»

Domenica 27 Ottobre 2019 di Claudia PRESICCE
Mettersi a parlare di Alda è come iniziare un canto. Le parole tendono a caricarsi di una melodia intensa, al contempo dolce e drammatica, così come è stata lei. E se davanti ai suoi versi sembra sempre ricomporsi quell'equilibro armonico e struggente che evidentemente cullava la sua anima, ad averla di fronte si scioglieva ogni dubbio: Alda era la sua poesia. Vivere di poesia è stato il sogno e anche la dannazione di Alda Merini, la poetessa di Milano. Pathos impastato di gioia e ferite, visionarietà senza regole né freni, i morsi di una solitudine interiore che urla: l'urgenza indecente dell'arte purtroppo non è contemplata in una società di omologazioni omologate, di forme formali, di convenienti convenienze. L'arte vera spesso non trova contenitori nella nostra società. Quella poetessa nata il 21 a primavera del 1931, che ha provato la vergogna e il dolore di essere detta folle, ha pure incontrato il tempo del riscatto, dell'amore e di tanti riconoscimenti. Un vero rinascimento appartiene all'ultima epoca che ha conosciuto, una consacrazione in crescita ancora dieci anni dopo la sua scomparsa. Di una lunga stagione d'amore, per quanto vissuta tra temperature variabili, resta dentro tutto un paesaggio animato pronto a parlare se interrogato. È così sempre per l'amore tra una figlia e una madre, se poi quest'ultima è Alda Merini la situazione termica sarà certamente alta.
Alda Merini, mia madre (Manni editore) è il regalo fatto da Emanuela Carniti a tutti noi. È la figlia maggiore della poetessa, nata dal matrimonio del '53 di Alda con Ettore Carniti (ne ebbero altre tre), che parla. È figlia di una giovane donna che cercava di vivere il suo ménage familiare tra alti e bassi, un po' come tutti (i giorni degli internamenti con i trattamenti più importanti sarebbero iniziati anni dopo).
Emanuela è oggi una donna con il cuore gonfio di dolcezza per una madre che non è stata certamente semplice, che a volte l'ha delusa ma che l'ha sempre amata, che le ha dimostrato nei fatti che la voglia di stare al mondo deve vincere sempre, che la vera bellezza bisogna saperla riconoscere e che la vita, nonostante tutto, è sempre una poesia da intonare.
Emanuela nel libro lei racconta di Alda, come madre e come poetessa. Ci sono mille motivi per mettersi a scrivere un libro come questo. Qual è il suo?
«L'editore mi ha proposto questa cosa, e io ce l'avevo già dentro da tempo, solo che rimandavo ad un futuro. Visto che per il decennale dalla sua scomparsa (1 novembre; ndr) c'è un gran movimento intorno ad Alda Merini, mi è sembrato giusto farlo ora. Avrei desiderato scriverlo con le mie sorelle: non ci sono riuscita e alla fine l'ho fatto da sola. Così è nata questa speciale biografia, cioè la visione della storia di Alda Merini da un punto di vista particolare, il mio».
Difficile per lei dividere la storia della madre da quella della poetessa, ma lo fa in pagine dense di sentimento e rigore. Ci racconta intanto Alda poetessa?
«Un personaggio, sin da piccola. È sempre stata propositiva, capace di tenere su di sé l'attenzione, avrebbe potuto fare l'attrice, era molto istrionica e caparbia. Ha conosciuto il successo da giovane, poi dopo la chiusura dei manicomi, poi ancora dopo il matrimonio con Pierri e soprattutto negli ultimi anni di vita: ma, anche nei periodi in cui non era sulla cresta dell'onda, lei ha sempre scritto, cercato di farsi pubblicare e di essere dentro in qualsiasi modo nel sistema letterario che sentiva il suo mondo. Come poetessa ha avuto un grande carattere e una forte personalità: ecco, è diventata quello che è oggi perché era sì geniale, ma anche perché non ha mai mollato. Questo poi tradotto nella vita privata la rendeva tosta, imponente».
E veniamo alla vita privata: lei descrive una mamma piena di invenzioni, comica oltre che complicata.
«Era una mamma severa, molto rigida per alcune cose, com'era in quei tempi in cui i figli non avevano grande potere contrattuale. Lei ci teneva molto al nostro benessere, anche se non è riuscita fino in fondo nel suo intento: io sono l'unica figlia rimasta di più in casa. C'erano problemi economici che la condizionavano, e soprattutto mio padre era ai suoi antipodi: ad esempio mia madre voleva che facessi danza e nuoto invece per lui erano cose snob, e alla fine le idee della mamma lui non le assecondava mai. Lei è stata sempre molto attenta alla nostra salute, ci teneva tantissimo, un po' meno invece ai bisogni emotivi, penso perché era molto presa dalla sua missione di scrivere, il suo daimon. I problemi psicologici di certo non la aiutavano e le hanno provocato molte ansie e incertezze sul suo ruolo. Era però una mamma generosa in termini economici, era il suo modo per aiutarti di fronte ai problemi, magari era meno capace di consolarti con le parole e quindi ti sosteneva così. Quando ha potuto è stata generosa con chiunque le sembrava avesse bisogno».
Alda negli ultimi tempi è diventata quasi un'icona pop, è stata celebrata a teatro, in mille pubblicazioni, ha avuto tanti premi: nel Salento ha ritirato L'olio della poesia. Ma, secondo lei, è stata felice?
«Sì, senz'altro. Nel libro Più bella della poesia è stata la mia vita lei lo dice anche, ha avuto in fondo quello che voleva, successo e amore. Ha avuto due mariti (rimasta vedova, sposò il poeta tarantino Michele Pierri nell'84 trasferendosi un periodo in Puglia; ndr): con il primo aveva un forte legame anche se conflittuale, mio padre stravedeva per mia madre pur essendo il suo opposto; il secondo aveva un'anima più vicina alla sua, un'emotività comune e l'ha molto nutrita. Ha avuto quattro figlie e, anche se alcune gliele hanno allontanate, alla fine erano sue. Ha avuto tanti riconoscimenti importanti che è impossibile elencarli, dalle stalle alle stelle potremmo dire. Si è definita la poetessa della gioia perché, nonostante tante angosce che si è portata dietro nella vita sempre, trovava tesori di felicità dentro di sè. Un giorno ti telefonava piangendo per raccontarti un grande dolore che provava e alla fine, un momento dopo, ti raccontava una barzelletta e rideva a crepapelle. Conosceva gli estremi della vita e, soprattutto dopo l'esperienza del ricovero, ha imparato a trovare dentro di sé grandi risorse per vivere che non sapeva di avere».
Oggi chi è lei Emanuela? Che cosa c'è in lei di Alda?
«Bella domanda, difficile però. All'inizio del libro c'è una mia poesia e già lì si capisce che l'imprinting di un genitore uno se lo porta dentro anche se pensa di essere molto diverso. Mia madre la rivedo oggi in tante cose che io faccio, più passa il tempo più la riconosco in tanti aspetti del mio carattere. Non abbiamo conosciuto il dramma del ricovero, ma una certa situazione dolorosa ce la portiamo dentro tutte noi figlie, e a me questo certamente mi ha cambiata. Ritrovo in me il suo senso dell'umorismo come la drammaticità, anche una strana religiosità che è una ricerca dell'assoluto che va oltre noi stessi. Entrambi i miei genitori mi hanno lasciato qualcosa e in qualcosa mi hanno cambiata. Avrei voluto viaggiare molto e studiare lingue, ma non è stato possibile; oggi però ho ancora tanta curiosità di conoscere, leggere, ma mi ritrovo a viaggiare con la testa e a lavorare come infermiera per chi ha problemi psichici. Difficile capire poi che cosa siamo perché siamo nati così o perché ce la ha trasmesso una madre. Certo, mia madre ha seminato tanto e alla fine tanti bei fiori sono nati».
Emanuela ride e la sua risata è uguale a quella scrosciante di Alda. E anche i suoi occhi.
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