Barbara Lezzi: «Grande guida, mai autoritario»

Barbara Lezzi
Barbara Lezzi
di Alessandra LUPO
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Mercoledì 13 Aprile 2016, 07:05

Senatrice Barbara Lezzi, lei ha avuto modo di conoscere personalmente Roberto Casaleggio?<HS>
«Sì, io l’ho conosciuto in occasione della campagna per le Europee, poi abbiamo continuato a sentirci per la raccolta firme che riguarda l’uscita dall’Europa. In questi anni ci siamo confrontati spesso, anche sulla legge di stabilità e sugli interventi a Cernobbio».
Casaleggio era da tutti considerato un “guru” della comunicazione, questo pesava nel confronto?
«No, era un confronto sempre alla pari: il suo modo di porsi era pacato e umile, mai impositivo. Pur essendo un esperto non si poneva mai come uno stratega occulto o un “guru”, se aveva qualcosa da consigliare lo faceva ma in generale ascoltava molto le idee dell’interlocutore».
 
Questo cozza con l’immagine da manovratore che gli è stata cucita addosso.
«Sì, di lui c’è un’immagine distorta, credo in parte dovuta alla sua estrema riservatezza che in qualche modo gli aveva conferito un alone da comandante solitario, ma non era affatto così. Io ad esempio non sono mai stata imbeccata e lo stesso vale i colleghi. Lui ci ha sempre detto: «Buttati, assumiti le responsabilità».
Le scelte interne al movimento però sono state talvolta molto nette. Potremmo dire ”di polso”.
«Gianroberto era fermo nelle sue convinzioni e proteggeva il movimento perché lo conosceva bene e capiva subito se qualcuno ne comprendeva lo spirito oppure voleva approfittarne.<HS> Questo gli ha consentito un approccio molto “generoso” verso la politica: ovvero la consegna del movimento nelle mani dei suoi sostenitori, anche di perfetti sconosciuti».
Fedele al vecchio motto che nessuno indispensabile insomma?
«Certo, per questo piangiamo la persona, l’amico, l’uomo e non il capo senza cui non si può andare avanti. Anzi, proseguiremo nel solco da lui tracciato e ci dispiace che non sia riuscito a vedere il movimento al governo, quindi saremo ancora più determinati».
Eppure c’è chi come Vauro nella sua vignetta lo ha definito il burattina<HS>io <HS>dello stesso Grillo...
«È evidente che Vauro non conosce Grillo, altrimenti saprebbe che non può essere gestito da nessuno. Lo si può considerare una qualità o un difetto ma la realtà è questa».
Ora che succederà nel movimento?
«Ora ci saranno i funerali e piangeremo Gianroberto, perché ci mancherà e perché fino alla fine non ha mollato la presa di un centimento».
Lei aveva capito che qualcosa non andava in quel post in cui accennava alla sua malattia?
«Ho avuto sentore che qualcosa non andava 15 giorni fa, perché lo avevo chiamato e non aveva risposto né richiamato: mai successo. Poi ho visto il post e ho sperato che fosse un problema transitorio. Ma purtropo non era così».
Si parlava da tempo di un passaggio di testimone a figlio Davide...
«Davide lavorava col padre nell’azienda e nel movimento: il suo ruolo resterà quello che è stato sinora, di compartecipante al progetto in cui tutti crediamo: l’eredità del movimento è il movimento stesso, non c’è una successione».
Anche gli avversari politici gli riconoscono una grande personalità.
«Sono certa che nel profondo in tanti riconoscano quello che lui e Grillo sono riusciti a fare in pochi anni e credo che non sfugga agli addetti ai lavori la sua capacità di leggere profondamente nel cuore del cittadino».
Come avete accolto la trasversalità di queste ore?
«Ci fa piacere, ovviamente, ma abbiamo chiesto ai colleghi - di tutti i partiti - di non commemorarlo in Aula. Gianroberto era molto informale e sappiamo che non avrebbe voluto la solennità dei paroloni: era sincero e sapeva chi erano i suoi nemici, non avrebbe tollerato l’ipocrisia».

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