«La SuperLega? Così le “grandi” vogliono recuperare i debiti, ma sarà un uragano che devasterà il vero calcio: »: l'analisi di Corvino

Martedì 20 Aprile 2021 di Giovanni CAMARDA

Allora, è fatta. Dodici club insieme tra Italia (Juve, Milan, Inter), Inghilterra e Spagna, danno vita alla Superlega che, nelle intenzioni, soppianterà la Champions League creando quello che già è stato ribattezzato il torneo dei ricchi (sicuro?). Chissà come la giudica Pantaleo Corvino, direttore sportivo del Lecce, uno che nella sua carriera è stato spesso costretto a friggere con l'acqua, secondo una delle sue metafore più azzeccate.
Corvino, cosa pensa della neonata Superlega?
«Penso che sia una tempesta, un uragano che rischia di spazzare via tutto».
In che senso?
«Anzitutto, quello vagheggiato dalla Superlega non è più calcio né tantomeno sport. Semmai uno show, un'altra cosa, diversa da quella che amiamo da oltre cent'anni. La grande bellezza del calcio, ciò che lo ha reso sempre così affascinante, è la possibilità di far sognare chiunque e ovunque. Il Lecce che batte la Juventus, il Verona campione d'Italia, il Leicester che mette in fila i due Manchester, il Liverpool, il Chelsea: meraviglioso. Davide che supera Golia: è questa la straordinaria forza che regge la passione per questo sport. La Superlega cancella tutto».
Come e perché è nata?
«Non so, mi sembra tutto molto strano. Questi una mattina si sono svegliati e si sono detti: noi siamo i migliori, si sono autoeletti padroni del pallone. Non li ha designati nessuno, si sono attribuiti da soli questa facoltà, in nome non di risultati sportivi, ma di una investitura arrivata dal dio denaro. Non mi sembra un percorso lineare».
Che cosa li ha spinti a tanto?
«I soldi, evidentemente. Io non credo che quei dodici club siano i migliori, però una cosa la so: sono indebitati da far paura. Immagino che dovessero inventarsi qualcosa per evitare il peggio, avevano bisogno di un'àncora di salvataggio, diciamo così».
Ed hanno confezionato questo nuovo prodotto che certamente garantirà grandi introiti.
«All'inizio, forse. Ma poi? Mi spiego: davvero pensano che la gente possa essere interessata a questa cosa artificiale, in cui si partecipa per cooptazione e non per meriti sportivi? Che gusto c'è a vedere una partita che poggia sul nulla?».
In effetti, le prime reazioni dei tifosi non sembrano entusiastiche. Se lo aspettava?
«Era inevitabile. Il tifo è retto dalla passione, a sua volta alimentata dai risultati, dagli obiettivi, dal desiderio di vedere la propria squadra conquistare un successo. Qui dove sarebbe la conquista? Si sono seduti a tavolino e hanno deciso: ok, facciamolo. Non perde nessuno, non retrocede nessuno. Ma, alla lunga, i problemi torneranno a galla».
Vale a dire?
«Riusciranno a indebitarsi lo stesso, pur disponendo di una montagna di soldi. Perché, pur di superarsi a vicenda, continueranno a fare il passo più lungo della gamba».
In effetti, a guardare i bilanci, questi club non sembrano esempi di managerialità e sana gestione. Dov'è l'errore?
«È facile: la mancanza di idee. Queste società, sull'orlo del default, hanno sempre sopperito ad una progettualità di corto respiro con investimenti a perdere. Hanno inseguito il nome a effetto da dare in pasto alla gente, costruendo in realtà nulla. E alterando i valori di mercato, con somme ingentissime spese per campioni sul viale del tramonto. Ma così sono buoni tutti, fare una squadra con queste modalità è un po' come giocare alla play station. È chiaro che di questo passo si finisce dritti nel burrone. Oppure ci si inventa la Superlega».
In realtà, già da anni la fame di soldi ha consegnato alle pay tv un ruolo dominante...
«È vero, però almeno le tv non sono riuscite a stravolgere lo spirito dello sport, le regole di ingaggio. E non hanno impedito che una piccola squadra potesse confrontarsi con una grande, come è sempre stato, da più di cento anni in qua. I ricavi da tv sono in crescita, prima del covid la gente riempiva gli stadi. Ha sempre funzionato, perché cambiare?».
Però i problemi ci sono comunque, e sono grossi.
«Certo, non è un bel momento per il nostro mondo, ci mancava pure la pandemia. Ma sarebbe utile confrontarsi, trovare delle soluzioni, compattarsi e rendere sostenibile l'attività. E non spaccare tutto come stanno facendo Agnelli e i suoi sodali».
Che rischi vede per il movimento da questa operazione?
«Le conseguenze sono chiare: tutti i campionati si svaluteranno, rimarranno solo le briciole e sarà ancora più difficile andare avanti. Si impoverirà il livello tecnico della nostra Nazionale, non si investirà più sui vivai quando invece la priorità sarebbe proprio quella, unita alla necessità di migliorare le strutture, i campi di allenamento, prima ancora degli stadi».
Si può fare qualcosa per ostacolare la realizzazione della Superlega?
«Non so. Ci siamo svegliati stamattina trovandoci di fronte al fatto compiuto da parte di questi 12, autoproclamatisi i migliori. Io voglio sperare che ci siano ancora margini perché la tempesta non diventi perfetta, altrimenti sarebbe un disastro. Mi auguro che le federazioni nazionali ed internazionali, la politica, le altre società si oppongano con tutte le loro forze. E confido soprattutto nel ruolo della gente, dei tifosi, il vero target dell'operazione. Senza di loro, la Superlega alla lunga non potrà andare lontano e non riuscirà mai ad avere l'appeal di un calcio in cui accanto a un Golia ci sia sempre anche un Davide».

Ultimo aggiornamento: 15:01
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