Ghemon a Sanremo 2021: «Il mio momento perfetto tra disillusione e riscatto»

Venerdì 26 Febbraio 2021 di Totò Rizzo

«Esistenzialista? È un brano realista, piuttosto, non entro certo in punta di piedi nelle comuni difficoltà quotidiane, ma è anche un brano ottimista, propositivo». Ghemon ha piacere di tornare in gara a Sanremo dopo due anni (nel 2019 propose “Rose viola”) e lo fa con “Momento perfetto” dai cui versi affiora la consapevolezza della disillusione ma soffia anche un vento di riscatto, di rivincita. Un po’ come quest’ultimo anno, un anno in ombra in attesa che una luce ci rischiari.

 

L’artista irpino (38 anni, avellinese) è stato dapprima spiazzato dall’atmosfera dell’isolamento forzato («ci telefonavamo tra colleghi: ma tu stai scrivendo? e tu invece?») poi gli si sono ricaricate le pile. «Non avrei mai immaginato, appena fatto un disco (“Scritto nelle stelle” dell’anno scorso, ndr.), di scriverne subito un altro. Ma così è stato. E mi sembra emblematico il fatto che il precedente, in tempi di normalità, lo avevo concepito in solitaria, e invece questo, in tempi di solitudine, è venuto fuori da un lavoro di squadra come non mai, dall’entusiasmo di un gruppo forte, un disco fatto anche di cori, di voci recitanti».

 

Si intitola “E vissero feriti e contenti” (esce il 19 marzo) epilogo preso in prestito dalle favole che dipinge perfettamente la nostra condizione attuale e quella, si spera, di un futuro prossimo il più possibile. C’è uno sconfinamento di generi, l’amato soul e l’house, la cumbia e il reggae, ci sono tanti fiati, percussioni, archi, c’è pure la collaborazione d’eccellenza di Philip Glass. «Abbiamo detto: proviamo a contattarlo. E gli abbiamo spedito una mail. Mezz’ora dopo era arrivata la risposta, quasi non ci credevamo». Spaziare tra i generi è una voglia che Ghemon (al secolo Gianluca Picariello) non perde mai. «Metto a confronto il Gianluca ascoltatore con il Gianluca artista. Faccio sentire al primo di tutto e riferisco le sensazioni al secondo. E così vengono fuori le contaminazioni, ma a modo mio, senza scopiazzare. Mi diverte un sacco. Insomma, non mi si può incasellare».

 

Fa capire che nella scrittura si sente molto più sciolto che un tempo. «Prima ero come uno di quei poeti chiusi in biblioteca: pensavo, pensavo e pensavo. Oggi sento di avere un approccio più immediato nel trasferire le mie esperienze in quello che compongo, mi è passata la fissa di dover scrivere il capolavoro, l’opera omnia». Una sensazione di libertà, sembra di capire. «Buttando giù canzoni ho quasi sempre usato la prima persona ma fare arte è avere sempre di fronte un interlocutore, altrimenti potresti tranquillamente cantartelo allo specchio, quello che crei. Così mi guardo di più intorno, ho allargato l’orizzonte. Non sempre hai davanti ciò che ti piacerebbe, ma nella vita si prendono botte, si danno botte ma si tiene botta».

Il Sanremo formato Covid non lo mette in pensiero più di tanto: «Certo, dispiace che non ci sia il pubblico ma ho fatto tanta di quella gavetta che trovarmi di fronte ad una platea vuota non mi spaventa. Anzi, forse ci darà l’opportunità di concentrarci meglio, di non eseguire soltanto il compitino di tre minuti. E comunque, al Festival – me ne sono accorto in questi ultimi giorni di prove – l’emozione è sempre forte, fortissima».

 

Per la serata delle “cover” ha imbastito un suo personale gineceo: “Donne” (Zucchero), “Le ragazze” (Mattone), “Acqua e sapone” (Vasco Rossi-Curreri) e “La canzone del sole” (Battisti-Mogol). Sul palco avrà a fianco i Neri per Caso. «Tra maggio e giugno mi sono imbattuto nel loro catalogo e l’ho riascoltato quasi per intero. Pur non pensando minimamente al Festival, mi sono detto: “Dovessi andare a Sanremo mi piacerebbe cantare con loro”».

 

Ghemon non si tira indietro davanti all’ipotesi di una possibile stagione di concerti in streaming, anche a pagamento. «In questi mesi, mia mamma ha imparato a usare Zoom, Meet ed altri strumenti che per lei erano quasi estranei: combina ancora qualche guaio e le viene in soccorso papà. Per dire che questo periodo ci ha dato delle possibilità diverse, sta a noi sfruttare bene la tecnologia. I “live” in streaming? Potrebbero essere un’occasione nuova ma non potranno mai sostituire i concerti con il pubblico sotto il palco».

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