Ferzan Ozpetek al Giffoni Film Festival: «Cleopatra al cinema mi ha cambiato la vita»

Sabato 24 Luglio 2021 di Alessandra De Tommasi
Ferzan Ozpetek

Ferzan Ozpetek ha un atteggiamento paterno quando incontra i giovanissimi giurati del Giffoni Film Festival (21-31 luglio) e risponde alle loro curiosità sul suo cinema così inclusivo e libero. Sul set della sua prima serie tv, adattamento in otto puntate per Disney+ del film Le fate ignoranti, nel ventesimo anniversario dell’arrivo in sala.

 

Prevista per il 2022, la storia corale vanta un cast ricco di talenti che include Cristiana Capotondi e Luca Argentero (“Sono così in tanti – parole sue – che sui social dimentico sempre di taggare qualcuno”). Il finale – svela il regista – sarà girato nel suo Paese natale, la Turchia, dove non torna da tre anni.

 

All’evento campano ritira il premio più prestigioso, il Premio Truffaut, dopo aver gironzolato per la Cittadella del cinema in compagnia del direttore Claudio Gubitosi, per scoprire i nuovi spazi dedicati all’infanzia attualmente in costruzione, come l’arena di circa 5000 posti e il museo con i manufatti ricevuti in dono dagli ospiti in questi 51 anni di vita, inclusi quelli di Carlo Rambaldi, “papà” di E.T.. Lo ha raccontato durante un incontro con i ragazzi presenti nella cittadina in provincia di Salerno e con i loro “colleghi” in collegamento via Zoom da tutta Italia.

 

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Quando si è innamorato del grande schermo?
«Avevo cinque anni, sentivo parlare del cinema ma non avevo idea di cosa fosse, lo chiedevo ai miei fratelli maggiori ma loro si rifiutavano di dirmelo e io invece ero curiosissimo. Così un giorno nonna e la signora Diamante, che ci aiutava in casa, mi hanno portato in un’arena a vedere Cleopatra. Ero troppo piccolo e mi ha sconvolto ma quella sensazione mi è rimasta impressa a lungo. Sulla via del ritorno a casa la signora mi ha preso sulle spalle perché mi ero semi addormentato, ma comunque nella mente vedevo in continuazione le immagini di quel pomeriggio».

 

E poi?

«Da allora sono andato al cinema tre volte alla settimana durante il periodo delle elementari e nel weekend vedevo due film al giorno... era un “gusto”».

 

Cosa intende dire?
«Che nella vita ho sempre fatto le cose che mi piacciono, al cinema, a teatro, nei libri… solo perché mi andava. A volte mi suggerivano di tagliare delle scene per incassare di più ma io non li ho mai ascoltati, m’interessava solo dividere emozioni».

 

Le sue pellicole hanno spesso scene a tavola. Che rapporto ha con il cibo?
«Nella casa della mia infanzia c’erano tre tavoli, uno in cucina, uno in salone e uno in terrazza. Sembrava facessimo la spesa con una camionetta, mamma organizzava pranzi e cene con tante persone. È uno dei piaceri della vita, come il cinema, e se mangi da solo non è lo stesso che farlo in compagnia. La stessa cosa succede in sala, soprattutto ora che ha riaperto».

 

Lei si sente tranquillo con le misure anti-Covid adottate?

«Sono certo che migliorerà tutto, ma è importante vaccinarsi tutti per uscire da questa storia. L’Italia di cui sono innamorato pazzo riesce sempre a rialzarsi. È vero ci lamentiamo sempre ma alla fine si trova la soluzione a tutto».

 

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«È pericoloso quando le cose diventano di moda, la distribuzione del film mi disse che non avrebbe avuto successo perché lo avrebbero visto solo pochi gay e invece ci sono andate anche le famiglie perché raccontavo qualcosa di vero, di mio, è la storia del palazzo in cui vivo ancora oggi e delle giornate in terrazzo con gli amici. Ma è stato come se gli spettatori avessero cambiato lo sguardo. All’epoca non ho mai fatto distinzioni tra etero e gay e lo sanno bene i giovani di oggi che sono fluidi e mischiano tutto, senza fare differenze».

 

Qual è la lezione imparata?

«Nella vita non sai mai chi amerai, la gente non va giudicata dalla cintura in giù ma dalla cintura in su dove ci sono cuore e cervello».

 

Che cosa è successo invece con Mine Vaganti?
«Mio fratello (la cui morte è stato il dolore della mia vita) ha due figli gemelli, un maschio e una femmina, e dopo il film hanno letto sul giornale che io e Simone (il marito, ndr.) siamo gay e hanno chiesto al padre cosa significasse, così abbiamo indetto una riunione di famiglia in cui mi hanno fatto molte domande. Ad un certo punto la ragazza ha chiesto: “Zio Ferzan e zio Simone sono felici?”. Mio fratello gli ha detto di sì e lei ha chiuso l’argomento rispondendo: “Allora conta solo quello”. Ha ragione: il resto è una cavolata.

 

Qual era invece il rapporto con i suoi genitori?
«Mamma mi sosteneva, papà no, voleva finissi l’università per avere un piano di riserva con il posto fisso, anche se ero andato con Il bagno turco al Festival di Cannes ed era stato accolto benissimo. A me mancavano tre esami alla laurea ma non avevo intenzione di farli e ricordo quanto mi sia mancata la figura dell’eroe. Quando è morto ho trovato tre cassetti pieni di quaderni su cui incollava i ritagli delle mie notizie e ho pianto molto».

 

Quali progetti ha all’orizzonte dopo il debutto nella serialità?

«Ho in cantiere un progetto, il terzo, con Warner Bros., una delle distribuzioni più belle mai frequentate. Tra noi c’è un’intesa incredibile e sono felice di coinvolgere nel cast attori incredibili. Quelli italiani, per inciso, hanno un livello straordinario e sono la mia vita».

 

C’è qualcosa che non le riesce bene?
«Ho un ottimo orecchio, ma sono stonatissimo, mi sarebbe piaciuto cantare ma è fuori discussione».


 

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