Tra edicole e web il riscatto del giornalismo

Sabato 28 Marzo 2020 di Renato MORO
Cominciamo dalla fine. In un Paese normale, in una situazione così drammatica e straordinaria, l’informazione dovrebbe essere tutelata come un bene comune. Al di là di ogni steccato e di ogni convinzione e di ogni considerazione che della stessa si può avere. E invece sta accadendo, non sempre ma spesso, il contrario.
Una decina di giorni fa, quando ancora l'emergenza non aveva assunto i toni e i numeri di oggi, fece scalpore la notizia di una pattuglia di agenti romani che avevano rimandato a casa un uomo uscito per andare in edicola a comprare il suo giornale. «Non è un bene necessario», gli avevano detto i poliziotti invitandolo a fare dietrofront. Fu un errore degli agenti perché, chiarì la stessa Questura, le edicole sono aperte per decreto. O meglio: il decreto che rinchiude tutti in casa consente anche alle edicole di restare aperte.

Un errore perdonabile, per carità. Che ci può anche stare in una situazione di confusione generata dal continuo aggiornamento delle prescrizioni, con quell'autodichiarazione ormai diventata oggetto da collezione. C'è però, in quelle parole degli agenti, il germe di un qualcosa che va oltre il fatto specifico e che rischia di diventare maledettamente serio.
I giornali, per una somma di motivi che qui è inutile sottolineare (non ci occupiamo di questo ora), non vivono la migliore delle stagioni in quanto a credibilità. Vero. Ma il lavoro, immane, che i giornalisti stanno facendo in questi giorni da Gorizia a Palermo, anche a costo della propria salute, ha il sapore di un riscatto. Tranne qualche eccezione, diciamolo pure. Ma esistono per caso mestieri e professioni in cui in un mare di correttezza non spunti qui e là qualche bella eccezione? Fisiologico.

Un lavoro immane, dunque. Svolto in un contesto di grande precarietà - perché il telelavoro era pressoché un universo sconosciuto alla stragrande maggioranza dei giornalisti - e di grande insicurezza. Per sé, a causa del rischio che corre chi per mestiere deve continuare ad andare in giro per raccontare, e per il proprio futuro lavorativo. Perché se è vero che da questa pandemia ne usciremo cambiati, se uscirà cambiato il Paese (ma probabilmente non solo il nostro), eccetera eccetera, è vero che quel cambiamento non potrà non coinvolgere anche il mondo dell'informazione. A cominciare dalle difficoltà che le aziende editoriali dovranno affrontare per ristabilire un equilibrio nei conti. Il mercato delle copie vendute, ma anche e soprattutto il mercato della pubblicità, ne stanno risentendo e continueranno a risentirne. Se ci sarà da rifondare, da ricostruire, da ripartire e da produrre idee e progetti nuovi, in prima fila ci saranno anche gli editori e i giornalisti. Nulla ora, se non qualche avvisaglia, può dirci quale sarà il prezzo sotto il profilo dell'occupazione. La speranza, e questo riguarda tutti i settori dell'economia, è in una nuova esplosione dei consumi, in una sorta di boom economico più o meno simile a quello che vide un'altra generazione dopo i disastri della seconda guerra mondiale. Ma perché ciò possa accadere occorre creare le condizioni, a partire da una tenuta della capacità di acquisto da parte delle famiglie. E qui siamo ancora al “caro amico”....

Ora i problemi sono altri. Ora è il tempo dell'emergenza, della paura e della fame di notizie. Di conoscere ciò che sta accadendo e ciò che potrebbe accadere nelle prossime settimane, evitando la trappola delle notizie false che seminano ingiustificato timore e - a volte - altrettanto ingiustificato ottimismo.
È per questo che l'informazione di questi tempi dovrebbe essere considerata, per davvero e non a parole, un bene comune. Molte edicole stanno chiudendo perché gli stessi edicolanti hanno paura di restare aperti. Qualcuno ha anche chiuso per iniziative estemporanee quanto infelici assunte da sindaci e amministratori comunali. Tanto rispetto per gli edicolanti che scelgono di restare a casa, non li si può mettere sotto accusa se quella decisione sentono di prenderla per tutelare la salute propria e della famiglia. E tanto, tantissimo rispetto per coloro che nella tempesta di una pandemia hanno deciso di reggere e restare aperti.

Il fatto che è che in Paese normale, in un situazione così drammatica e straordinaria, assicurare la presenza dei giornali nelle edicole non dovrebbe essere un problema solo degli edicolanti. Ci sarebbe da ipotizzare che persino la Protezione civile - tra i tanti impegni sicuramente importantissimi - possa prendersi carico di garantire la presenza dei giornali nei punti vendita altrimenti destinati a restare chiusi. C'è bisogno di informazione. I numeri che in questi giorni stanno registrando i siti lo dicono, ma le copie di carta non devono ora passare in secondo piano. Accadrà quando lo deciderà il mercato, non può accadere per un virus. Ci sono anziani che continuano a leggere sfogliando il cartaceo, tantissima gente - anche giovani - che ancora acquista i giornali. Il settore ha certamente bisogno di essere riorganizzato e il lavoro e il ruolo dello stesso edicolante devono probabilmente cambiare. Ma per ora, nell'attesa che finalmente si metta mano per dotarsi di nuove regole, potrebbero essere adottati provvedimenti straordinari per consentire la vendita anche in altri esercizi che possono restare aperti. Magari trovando il modo di coinvolgere gli stessi edicolanti.

Le edicole, in ogni caso, non possono essere chiuse come un negozio qualsiasi. Le edicole vendono informazione, che per essere affidabile ha i suoi costi, e l'informazione in una congiuntura come questa diventa strategica. Impedire o limitare la vendita dei giornali significherebbe indebolire il ruolo del giornalismo, anche di quello online, e lasciare ancora più spazio ai costruttori e agli spacciatori di notizie false, ai seminatori di odio e terrore. A chi, ancora oggi, condivide e diffonde il verbo di un Bolsonaro che crede di avere a che fare con un raffreddore. A chi, ancora oggi, invoca l'immunità di gregge senza sapere cosa sia e quali costi possa avere per una comunità e soprattutto senza aver mai letto una sola riga di ciò che è accaduto e sta accadendo in Gran Bretagna.
Sì, c'è il ruolo immenso che i social stanno avendo, soprattutto nell'offrire la possibilità a milioni di persone di non sentirsi sole e prigioniere in casa. Ma riflettiamo: cosa possiamo trovare sugli stessi social che possa contrastare e annullare il potenziale effetto devastante di una falsa notizia? Eccola la risposta: la notizia vera. Certificata da fonti autorevoli e soprattutto competenti, pubblicata da un giornale, da una rivista (anche quelle scientifiche sono fatte da giornalisti e giornaliste), da un telegiornale o da un sito curato da giornalisti. È per questo che l'informazione - quella vera, su carta o sul web - è un bene comune. Ultimo aggiornamento: 6 Aprile, 03:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA