Voltare pagina senza sfasciare tutto: la prova alle Europee

Voltare pagina senza sfasciare tutto: la prova alle Europee
L’antico e autorevole settimanale inglese «Spectator», nella copertina del nuovo numero, disegna un Salvini in pelle d’orso e clava contro un Macron addobbato da antico Romano. Il primo capofila dei barbari, il secondo della civiltà - lo «Spectator», pubblicazione Tory, però parteggia per il nostro vice premier. Ma quest'analogia dei barbari temiamo abbia preso troppo la mano. Gli imprenditori, riuniti a Cernobbio in questi giorni, non amano eccessivamente gli Attila, è gente concreta che ha intuito come Salvini voglia cavalcare una rivoluzione, ma dai caratteri di «rivoluzione conservatrice», che non intende sfasciare tutto: a cominciare dalla proprietà e dalla ricchezza privata, da ogni serio conservatore difese. Un'attenzione e anche un consenso di Cernobbio verso Salvini che sono certo il frutto anche del suo ripiegamento, se tattico o strategico vedremo, e del suo esercizio della prudenza degli ultimi giorni sui più svariati dossier.

Non l'hanno capito solo gli imprenditori di Cernobbio, però: sembra l'abbia compreso anche Angela Merkel. Per interpretare ciò che sta avvenendo e soprattutto ciò che potrebbe accadere da qui alle prossime elezioni europee dobbiamo infatti guardare al di fuori dei nostri confini. E andare al cuore del principale partito, in senso europeo, reggitore dell'Unione: il Ppe. La candidatura, sia pure ancora non legittimata da un decisione formale, di Manfred Weber a Presidente della Commissione Ue è infatti quello che nel linguaggio scacchistico si chiama doppia mossa del cavallo da parte di Merkel. Prima mossa. Il tedesco è bavarese, leader della Csu, il partito del ministro dell'Interno Seehofer, che tanto filo da torcere sta dando a Merkel: l'abbraccio della Cancelliera renderà il ministro dell'interno più controllabile. Seconda mossa. Weber si sta prodigando in dichiarazioni che lo avvicinano più a Kurz che a Macron. La cui sostanza è questa: noi del Ppe siamo conservatori e moderati, non possiamo permetterci di demonizzare i cosiddetti «sovranisti», che siedono alla nostra destra. E non solo perché i sovranisti in Germania, in Francia e certamente domani in Svezia, si stanno divorando il nostro elettorato. Dobbiamo dialogare con i sovranisti anche perché le loro posizioni su molti temi, a cominciare dall'immigrazione e dalle questioni «identitarie», partono da problemi reali, e sono vicini ai nostri valori. E infine dobbiamo dialogare con loro per tenerli all'interno di una cornice di autoriforma dell'Europa, in cui anch'essi devono essere coinvolti. Per recepire il loro sovranismo, stemperarne il carattere di protesta e avviarlo su un binario costruttivo: il cui fine non è l'Europa federale dei progressisti macroniani ma l'Europa delle nazioni, l'Europa dei conservatori.

Il più corteggiato da Weber è certamente Salvini che qui in Italia è dipinto spesso come un orco, ma agli occhi del Ppe è uno dei partner più affidabili, con cui si può stabilire un dialogo; e certo il più del 30% dei voti di cui i sondaggi lo accreditano costituisce un bottino di voti che al Ppe, a maggio certamente in perdita di consensi, guarda con interesse: non per inglobarli ma per costruire un'alleanza. Un'ipotesi che ci sembra ottima cosa e che potrebbe avere delle ricadute anche in Italia. Se la linea Weber dovesse vincere e soprattutto se egli diventasse presidente della Commissione, la guerra fredda esplosa dopo il voto del governo Conte tra Lega e Forza Italia non avrà infatti più molte ragioni di essere. Purché Berlusconi si convinca che ormai il testimone di partito principale della coalizione di centro-destra è passato a Salvini. E a sua volta il vice premier si renda conto che in Italia la formula della vocazione maggioritaria non regge: è stata fallimentare a sinistra, come si è visto con il Pd, ma è caduca pure a destra, come l'esperienza del Pdl insegna.

La Lega potrà essere il grande contenitore della rivoluzione conservatrice sovranista ma avrà bisogno di allearsi con una componente più moderata, meno movimentista, meno in rotta netta con l'establishment. Non significa educare i barbari, sono le leggi della politica: se si vuole governare davvero e lungo bisogna assorbire una parte del vecchio sistema. E' quella che Vincenzo Cuoco, uno dei grandi padri del Conservatorismo italiano, definì all'inizio del XIX secolo «rivoluzione passiva». Il vecchio che consente al nuovo di nascere. Il nuovo centro destra nazional-liberale, se dovesse vedere la luce, difficilmente però piacerà ai 5 stelle. Su questa linea strategica, e non su piccole schermaglie, potrebbe finire l'esperienza del governo giallo-verde. Per saperlo non serve che attendere, subito dopo le elezioni europee, l'estate prossima.
 
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Domenica 9 Settembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:33