La pandemia e la svolta che tarda nella sanità

di Donato DE GIORGI*
4 Minuti di Lettura
Martedì 11 Gennaio 2022, 05:00

La pandemia ha determinato una straordinaria accelerazione nei processi decisionali, apportando modifiche che stanno sconvolgendo la struttura sanitaria del nostro territorio, con il fine di dare risposte adeguate ai problemi che ogni giorno si pongono con rinnovato vigore.
Nonostante che la tragica esperienza precedente definisse come destinate alla disfatta le conclusioni “ospedalecentriche”, riservando al territorio il ruolo centrale per affrontare la pandemia, proprio quando questa non è apparsa mai così diffusa come ora, ma anche così clinicamente poco grave, si è sentito il bisogno di “rafforzare” gli ospedali delle province pugliesi, aumentando di almeno 170-180 i posti letto destinati ai pazienti Covid.
La medicina territoriale, i medici di MG, medici di “fiducia” sono stati impegnati a svolgere funzioni di tracciamento, con prescrizione di tamponi, quarantene, incarichi immediatamente eseguiti con grande disponibilità e collaborazione, considerato il tracollo e l’impossibilità per le strutture Sisp preposte a tener testa all’impetuoso incedere della pandemia.

Bisogna considerare che secondo le regole dell’emergenza l’anello cruciale nello stabilire il rischio di un territorio è determinato dalla percentuale dei posti letto occupati (in unità operative specifiche e terapie intensive/rianimazioni) rispetto a quelli disponibili dedicati a pazienti Covid. È evidente che “basta” aumentare il denominatore per diluire il rischio di default. Almeno apparentemente.
Il problema è che la pandemia e i risvolti emergenziali vengono affrontati con le stesse risorse umane! Peraltro già dichiaratamente ed evidentemente insufficienti e stremate.
Se il presidente della Repubblica ha inteso rendere omaggio al ruolo che i medici e i professionisti della salute, “patrimonio inestimabile di umanità”, hanno svolto, ciò non può essere senza significato e senza risvolti immediati dell’agire politico. Non solo. Aumentare i posti letto per Covid a parità di organici vuol dire diminuire le risorse destinate alle altre attività e quindi aumentare le liste d’attesa già tragicamente inaccettabili per l’elezione oncologica, per le malattie degenerative, vascolari, croniche, ecc. Vuol dire anche portare verso il tracollo gli operatori sanitari che già vivono una condizione umana e professionale al limite della dignità, annullare quella che veniva prospettata come “ripresa”, creare e confermare le premesse per ciò che potrà diventare una debacle senza precedenti e senza appelli per una sanità stremata. Sentiremo ripetere: “non è possibile operarla, non vi sono anestesisti disponibili”, “l’appuntamento è prolungato”, “i programmi per la prevenzione contro i big killer sono da rinviare”, “quest’anno sono diminuiti gli interventi elettivi di oltre il 30%”.

Con grande forza di ottimismo e volontà ci auguriamo che i Pronto Soccorso in esiziale affanno possano trovare delle risposte adeguate, ma sembra difficile immaginare che - ad esempio - quello del Vito Fazzi duramente provato sino al limite, possa risolvere i suoi problemi dividendosi in due strutture (Fazzi e Dea). Forse ancora una volta solo la straordinaria professionalità del Direttore e di tutto il team sarà la reale e positiva risposta. 
Gli organici medici sono stati già falcidiati dalla “sostenibilità” economica nel nostro territorio: si sono sempre rispettati i limiti imposti nelle assunzioni, senza tener conto dei pensionamenti, delle assenze lunghe, delle limitazioni fisiche, spesso con decisivi ritardi verso altre zone che hanno cercato di assumere il più rapidamente possibile; mentre emergono le dimissioni dal pubblico verso il privato a rappresentare una resa sempre più frequente; inoltre quotidianamente vengono fatti i conti con le infezioni da Covid anche tra i medici, sempre più devastanti.
Tutti i medici, ospedalieri, di medicina generale, guardiani attenti e responsabili del territorio, specialisti, odontoiatri, liberi professionisti, pensionati, strutture private (poco coinvolte dal decisore politico) vivono un momento storico unico, che sconvolge il loro paradigma, ma che deve diventare il punto di partenza per una rinascita morale e civile di tutto il Paese. 
Oggi i medici sono fortemente demotivati: quanto era diverso il sogno che coltivavamo intraprendendo gli studi, rispetto all’attuale realtà di aggressioni, burocrazia, sacrifici nostri e delle nostre famiglie che quasi incontriamo di sfuggita, turni massacranti, orari impossibili, telefoni sempre attivi, burnout, aumento del lavoro, scarso rispetto delle nostre conoscenze, competenze specifiche e del senso di umanità che fiorisce dal valore delle professioni sanitarie, difficoltà a crearsi un futuro professionale gratificante, o solo ascoltare e curare, gestire la tecnologia, aggiornarsi, difficoltà a dare risposte adeguate a tutti, mentre siamo collocati in prima fila, front office del sistema sanitario, cui i cittadini ogni giorno si rivolgono per ricevere il diritto fondamentale che garantisce la nostra costituzione, quello della salute.
È per questo che chiediamo “solo” due cose: un maggiore rispetto per il ruolo morale e civico di professionisti della sanità e maggiore attenzione per gli insegnamenti ricevuti nelle fasi della pandemia.

*Presidente Ordine Medici Lecce
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA