Verso il voto/ I frutti avvelenati del Rosatellum. E nessun leader vi porrà rimedio

Verso il voto/ I frutti avvelenati del Rosatellum. E nessun leader vi porrà rimedio
di Mauro CALISE
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Lunedì 22 Agosto 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 07:29

Siamo – quasi – al verdetto finale. Chi dentro, chi fuori. E, come era arcinoto, le decisioni si sono prese al vertice. Con buona pace dei cosiddetti territori, colonizzati dai paracadutati. Questa, almeno, è la vulgata a stampa. In realtà, è una contrapposizione di facciata. Che vorrebbe resuscitare il legame di deputati e senatori con il collegio in cui vengono eletti. E il mito che ai cittadini spetterebbe scegliersi il proprio rappresentante. Ma, con questo sistema elettorale, è tecnicamente impossibile. 

Le sfide maggioritarie potrebbero avere qualche chance di essere competitive soltanto se i collegi fossero più piccoli e la campagna molto più lunga. Nelle condizioni attuali, nessun candidato riuscirebbe a muovere una fetta significativa di suffragi. Se ci saranno spostamenti, dipenderanno dagli smottamenti profondi dell’elettorato, sui quali i poveri pollster non azzardano previsioni. Anche perché, ammesso e non concesso che qualche leader ben radicato provasse a fare la differenza, avrebbe bisogno di tecniche adeguate di comunicazione. A cominciare dai social che rimangono – a destra come a sinistra – un optional in cui rispecchiare la propria vanità e le proprie gaffe. E avrebbe bisogno di fondi, molti fondi. Quelli che continuano a mancare nella politica italiana, che resta – nel panorama occidentale – una sorta di cenerentola. 

Una «corale messinscena»

Quindi, ci dobbiamo accontentare delle baruffe con cui i capipartito fanno finta di svolgere il ruolo di protagonisti della scena. Il grande duello finale, a reti nemmeno unificate, e le scaramucce dei comprimari, all’insegna di «vengo anch’io». Una corale messinscena per farci credere che in questo modo si stanno giocando la partita. Un po’ più di reddito qui, un po’ meno di immigrati lì. Come se gli italiani stessero incollati al televisore e ai cellulari, a leggersi gli elenchi dei programmi e a discettare su quale policy scegliere. Ma gli italiani, come succede ormai da tempo in giro per l’occidente, voteranno soprattutto con la pancia. Con quel filo di empatia e di fiducia che ancora li riesca a legare a un ceto politico che sentono a una distanza siderale. In giro per il paese, di empatia – per non parlare di simpatia – non se ne sente l’aria.

Certo, dal punto di vista dei diretti interessati, la posta in gioco c’è, ed è altissima. In queste ore si sono bruciati traguardi di carriera coltivati con abilità e tenacia, reticoli di microinteressi sfociati in un seggio in parlamento, o troncati fuori dall’uscio. E i big dei rispettivi partiti si sono scontrati a muso duro in difesa di questo o quel candidato. Ma al cittadino medio importa poco. Un nome o un altro, non farà grande differenza. Mediamente, la nomenclatura nostrana è abbastanza capace di gestire l’ordinaria amministrazione di commissioni e lavoro d’aula. Anche perché quasi mai dovrà farlo sotto la luce dei riflettori, come accade ai colleghi americani che rispondono, a fine mandato, di ogni singola scelta di voto. L’unica logica che li guiderà, sarà quella delle proprie correnti. E dei posti di sottogoverno che potranno distribuire. 

Un sistema che continuerà a intossicarci

È il dettaglio in cui si nasconde il diavolo di questo finto sistema elettorale. Perché, inevitabilmente, le esclusioni di queste ore apriranno ferite profonde nel tessuto relazionale di ogni lista in campo. Per chi vincerà le elezioni, sarà possibile ricucire elargendo posizioni influenti nel valzer delle nomine a cascata che toccheranno alla maggioranza. Ma, per chi resta all’opposizione, la prospettiva sarà del tutto diversa. Appena si tratterà di serrare i ranghi per non farsi travolgere dal vento in poppa dei trionfatori, nei partiti sconfitti si apriranno le notti dei lunghi coltelli. Soprattutto in quelli che avranno coltivato – e propagandato – l’illusione di un successo mancato. 

Incapace di garantire trasparenza, competitività e stabilità, il rosatellum continuerà a intossicarci con i suoi frutti avvelenati. Compresa l’ennesima diatriba sull’esigenza di cambiare una legge elettorale cui nessun leader al potere si sognerà mai di metter mano.
 

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