Ecco settembre, il tempo atteso del ritorno alla nostra vita

Domenica 1 Settembre 2019 di Antonio ERRICO
L’anno comincia il primo di settembre, sulla soglia di questo giorno che ad un tempo separa e congiunge un’estate non ancora finita e un autunno forse ancora lontano. È sulla soglia di questo giorno che il pensiero fa ritorno nei paesaggi della realtà, alle storie dell’esistenza concreta, alle dimensioni e alle condizioni che ci appartengono intimamente, alle quali intimamente apparteniamo. 

In questo giorno, su questa soglia, agosto diventa come una pagina di digressione nel contesto di un racconto coerente, coeso, compatto, serrato, incalzante, stringente. Tutto quello che è stato in quel mese, comincia a sfumare, all'improvviso; qualche volta si fa indifferenza; qualche volta si fa nostalgia. Spesso, quasi sempre, quello che agosto diventa dipende dalle stagioni della vita. Forse l'estate esiste davvero fin quando non si fanno gli esami di maturità. Esiste fino a quel punto. Fino a quando, finiti gli orali, non si va a fare un tuffo, avvertendo la sensazione di una rinascita, di un altro cominciamento.

Poi, dall'istante in cui si riemerge, agosto si costringe in una settimana, forse in dieci giorni, non di più. Si consuma nell'attesa di settembre, del suo primo giorno, del ritorno al proprio tempo di maturità.
In agosto ci siamo lasciati distrarre, ci siamo intenzionalmente distratti. È stato come quando si esce di casa per andare precisamente da qualche parte, e invece si fa il giro più lungo, si segue una insolita strada, e forse si incontra qualcuno che non si vedeva da anni, e forse ci si accorge di un balcone fiorito di gerani che sembra una poesia di Vittorio Bodini affacciata nell'aria.

Forse agosto è così. È una voluta distrazione. Un giro più lungo. Una inconsueta direzione. Agosto è il pensiero che svolta ad un angolo come per dirsi che, in fondo, volendo, esiste una via di fuga dall'abitudine, la possibilità di una diserzione. Agosto è un'avventura, l'esperienza di una provvisorietà che seduce ma può anche segretamente rattristare, che può determinare una sensazione di distanza da se stessi, un mancato riconoscimento della propria identità, o almeno dei propri orizzonti di senso.

Il primo di settembre è il ritorno a casa. Che poi, a pensarci bene, il giro più lungo un po' ci ha stancati, l'insolita strada non era affatto migliore di quella che tutti i giorni si percorre, chi abbiamo incontrato dopo che non lo si vedeva da anni in realtà non ci è mai stato simpatico, e quel balcone, quel balcone fiorito di gerani, ce l'abbiamo pure noi, oppure potremmo averlo, se volessimo un balcone fiorito di gerani ci basterebbe semplicemente piantare dei gerani dentro i vasi.

Il primo di settembre è il ritorno a casa. Si riprendono i progetti, si ripensano. Si riprendono quelle che chiamiamo le solite faccende. Già. Ma le solite faccende sono la nostra vita. Dentro le nostre solite faccende c'è la felicità e la preoccupazione, la rabbia, la serenità, la speranza, il desiderio, l'affetto, la consistenza dei sentimenti. I sogni consapevoli, quelli che facciamo ad occhi aperti, riguardano le nostre solite faccende, l'esistere di ogni momento, le serene passioni che per noi hanno un riferimento sostanziale, essenziale.
Le solite faccende sono la realtà con la quale ci confrontiamo, alle volte con leggerezza, alle volte duramente. Sono le nostre valigie fatte e disfatte, le partenze, i ritorni, l'alba che si alza, il tramonto che scende, le tranquillità, le turbolenze, i sentimenti che durano a lungo, gli amici di sempre.

Tutta la bellezza che dura è radunata nelle solite faccende. Tutto quello che conta, che ha senso profondo, tutto quello che fa la differenza per noi stessi, si ritrova nelle solite faccende.

Il primo di settembre, dunque, si ritorna: a casa, all'avvincente ordinarietà delle solite faccende. Al lavoro, allo studio, all'andirivieni, alla giostra delle ore, ai giorni interi che ti sballottolano come un tagadà.

Sulla soglia di tempo che è il primo di settembre, si ritorna ad essere quelli che veramente si è, con tutte le nostre energie e le debolezze, con i buonumori e i malumori, con quelle solite faccende che a volte vanno dritte e a volte vanno storte. Anche con qualche rimpianto, forse, per quella sospensione che il mese di agosto ha rappresentato, per quel girovagare scartando per qualche ora dalla strada consueta, per quella scoperta che esiste una via di fuga possibile, la possibilità di un'avventura, di un'esperienza diversa.

Però, poi, ci basta il rimpianto e un po' di fantasia. O più semplicemente la finzione del rimpianto per quel poco tempo impegnato a far nulla, a fare quel nulla che inconsciamente ci angosciava, perché in fondo si aspettava che passasse in fretta, che tornasse settembre per restituirci a noi stessi, al nostro essere presenti nel tempo che ci è dato ed al quale cerchiamo di dare tutto quello che possiamo, di cui siamo capaci.

Settembre ci riconsegna il senso di un equilibrio, di una coerenza fra quello che siamo e quello che facciamo, in qualche caso anche fra quello che vorremmo essere e quello che facciamo per poterlo diventare.
Così il primo di settembre si ritorna a casa, anche se è domenica. Si ritorna alle solite faccende, alle storie di sempre, quelle senza le quali non saremmo chi siamo.

Sulla soglia di tempo che è settembre, di tanto in tanto ci rivolgiamo indietro, verso quella strada che nel tempo di agosto abbiamo intrapreso per caso. Ma è soltanto un istante, un pensiero fugace che sopraggiunge e va via. Per il resto vogliamo guardare avanti, attraversando con l'immaginazione i mesi a venire, elaborando qualche bilancio e qualche progetto. Aspettando che arrivi un'altra volta l'estate.

Ma pare che sia così che proceda la vita. Stagioni che vanno e che vengono ma che mai sono le stesse, mai ci ritrovano come ci avevano lasciati. A volte accade che nemmeno le riconosciamo. A volte accade che nemmeno ci riconoscano. Ma pare che sia così che proceda la vita. Si aspetta l'estate e poi si aspetta che passi per poter aspettare che arrivi un'altra volta.
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