Ma l'orrore non ha la bussola

Venerdì 2 Ottobre 2020 di Renato MORO

Quando il giudice lesse la sentenza di condanna dei responsabili della morte di Renata Fonte, l'assessora uccisa a Nardò nella notte del 31 marzo di 36 anni fa, il faccendiere Antonio Spagnolo (mandante del delitto) sbottò in aula: «Ho capitato come Gesù!». Quelle parole fecero ridere giudici, avvocati e giornalisti, ma tutto finì lì perché la mancanza dei social e la scarsa attenzione dei telegiornali nazionali negarono un moltiplicatore a quello strafalcione.

Oggi non sarebbe così. Oggi anche il mandante del delitto Fonte finirebbe nel parco degli insulti senza passare dal via. E soprattutto oggi il popolo dei social - o, meglio, quella parte di esso abituato a ragionare con i piedi - troverebbe il modo di legare quel verbo sbagliato alla latitudine che ha visto nascere e crescere l'imputato: ignorante, spietato, ambizioso fino a uccidere e figlio di un Sud che viaggia con una velocità tutta sua non solo nell'economia e nella sanità, ma anche nel bisogno di legalità e persino nella grammatica.

È così. In questa Italia affetta da diplopia congenita c'è sempre una linea che divide tutto, anche l'indivisibile, ed è la linea immaginaria che separa un Sud liquido, e quindi espandibile al bisogno, da un Nord con i confini chiari e fissati col cemento. La tragica sorte di Eleonora Manta e Daniele De Santis e il conseguente arresto dell'assassino reo confesso offrono l'ennesimo esempio. Dalla sera di quel maledetto 21 settembre spesso ci si è avventurati un una lettura dei fatti che sa di vecchio, che puzza di umidità e muffa per quanto tempo quella lettura è rimasta - e sembra rimanerci ancora - nei cassetti della peggiore sociologia.

Il principio, forzando un po' i concetti, sarebbe che se uccidi a Trezzano sul Naviglio o a Trento la colpa è in te, nella famiglia, nella scuola, nel prete che ti ha violentato a dieci anni o nello zio del cuginetto che ti baciava con troppa passione; se invece uccidi a Casarano o Rossano Calabro la colpa è in te, ma anche fuori da te e dal tuo mondo. Soprattutto colpa del Sud, forse delle «case bianche sferzate dallo scirocco sparse lungo poderi ticchiolati di ulivi e fichidindia» (Omar Di Monopoli ieri sul Fatto Quotidiano, c'è da chiedersi dove veda ancora degli ulivi), delle vecchie vestite di nero o magari della salsa fatta in casa, ma venuta acida. Così - tornando a ciò che scrive Di Monopoli -, la Casarano che è stata e sta tornando ad essere una capitale italiana del calzaturiero, che istruisce fino alla maturità i ragazzi di mezzo Salento e che si pone come centro commerciale e produttivo di un territorio vasto quasi quanto il Molise, diventa un «villaggio dimenticato da Dio». Ciliegine sulla torta la doppia vita dell'assassino che ci ricorda «la polvere nascosta sotto l'ovattata quiete di certi luoghi del Sud»» (Marco Travaglio nel post che su Facebook presenta l'articolo di Omar Di Monopoli) e quella «Terra del male» con cui il redattore ha voluto titolare.

Ora, sia chiaro che Di Monopoli è scrittore intelligente e leggibilissimo e che le sue letture non sono certo ferme al Cristo fermatosi ad Eboli, ma è pur vero che nell'interpretazione di questi fatti forse si sta un pochino esagerando. Antonio De Marco ha ucciso quei due poveri e innocenti fidanzati in un condominio di Lecce, ma avrebbe potuto farlo in un quartiere di Treviso o nel centro di Bologna. È quello che aveva e ha dentro che interessa. Il percorso che lo ha portato a uccidere che deve essere studiato, non se e perché Dio ha cancellato Casarano dalla sua agenda.

Sta accadendo ciò che accadde con la famosa villetta dei Misseri ad Avetrana, dove fu uccisa Sarah Scazzi. Una casa di periferia come tante altre, col giardino davanti e il garage accanto, che potrebbe sorgere a Padova come ad Arezzo, ma quella - proprio quella - divenne il simbolo di un Sud assolato e sonnacchioso (era agosto) che chiude le imposte e gli occhi al passaggio di una ragazzina quindicenne e cerca di coprire i responsabili della sua morte. Non fu colpa di Avetrana, fu semplicemente colpa delle persone che Sarah incontrò il pomeriggio in cui scomparve. E Misseri, zio Michele, è solo un uomo senza scrupoli che ha nascosto il cadavere della nipote e coperto moglie e figlia assassine. Avrebbe potuto farlo a Genova, ma vuoi mettere quel dialetto e quella mattanza di congiuntivi che sembrano legarlo a doppio filo a un Sud ignorante, sgrammaticato e geneticamente delinquente? Siamo alla fiera dei luoghi comuni.

Il fatto è che il degrado sociale, la fuga nell'illegalità e la scarsa disponibilità a collaborare con la Giustizia non sono connotazioni prettamente meridionali. Nell'omicidio di Yara Gambirasio, avvenuto a Bergamo, ci sono più tentativi di depistaggio di quanti possa averne messi in atto ad Avetrana la ditta Misseri. Erika e Omar uccisero la mamma e il fratellino di lei a Novi Ligure, in Piemonte. L'unica differenza con Casarano è che lì non si eccelle nella produzione delle scarpe, ma del cioccolato. Olindo e Rosa massacrarono quattro vicini di casa a Erba, nella ricca Lombardia. Prima ancora, 45 anni fa, i tre aguzzini che violentarono e seviziarono Donatella Colasanti e Rosaria Lopez (quest'ultima uccisa) venivano da uno dei più ricchi quartieri di Roma. L'elenco potrebbe continuare, ma sarebbe un esercizio inutile.

Leggere dentro un assassino è diritto di tutti. Ma occorrerebbe partire da un punto fermo: per sprofondare negli abissi della mente non è richiesto il certificato di residenza.

Ultimo aggiornamento: 12 Ottobre, 18:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA