Celli: «Bentornata competenza, ora largo ai giovani. Il Salento? Ricominci da tre»

Domenica 12 Aprile 2020 di ROSARIO TORNESELLO
Il ragionamento deve avere la sciolina sotto. Scorre fluido, dribbla i paletti, tiene le curve, balza sui rilievi, plana sulle asperità, accelera nei rettilinei e punta al traguardo. Da cima a fondo, in progressione. Uno slalom gigante delle parole, delle connessioni. Delle riflessioni. Tra passato e futuro, nel tempo immobile di questa vita sospesa, segue un tracciato chiaro, nitido, fuori dalle angustie del presente. Il pensiero va veloce, le parole faticano a stargli dietro. Qualche sillaba rimbalza, qua e là. Occhialini, barba ben curata, cellulare, sigaro. Si comincia.
Pier Luigi Celli, come sta?
«Abbastanza bene. È in fondo una posizione privilegiata, la mia».
Perché?
«Sono qui in Salento. Ho una casa grande e campagna tutt'intorno, a Ruffano».
Una quarantena ponderata.
«No, del tutto casuale. Eravamo qui, io e mia moglie Marina, per dei lavori in casa. Una valigetta con il necessario per pochi giorni. Poi gli interventi si sono protratti, è arrivato il decreto di chiusura ed eccoci qui».
Contento?
«Decisamente. Posto tranquillo, casa confortevole, posizione fortunata».
Lei è originario di Rimini, sua moglie di Bolzano, vivete a Roma. E il Salento, in tutto questo?
«Una scoperta di dieci anni fa. Invitati da amici. Vai in giro, vedi posti nuovi... Mia moglie se n'è innamorata. Le piaceva un rudere, io non capivo cosa ci trovasse di bello. In nove mesi ha tirato su una residenza con grande gusto: è aperta a molti amici, d'estate un viavai considerevole di gente. Arrivano, si accampano. Un vero piacere».
E lei? Cosa l'ha affascinata?
«Apprezzo la tranquillità di questo luogo. Leggere, studiare e scrivere. Molti miei libri sono nati qui. La campagna riesce a distendere: l'orto, due cani, tre galline, due gatti che portiamo con noi da Roma. Una soluzione felice».
Cosa ne sarà del Salento?
«Questo è un posto straordinario. Ha compiuto passi avanti incredibili negli ultimi dieci anni. Peccato che il coronavirus abbia colpito nel momento in cui anche i paesi meno attrezzati stavano operando una trasformazione, col recupero degli antichi borghi».
Bisogna immaginare la ripartenza.
«Quest'anno sarà dura. Si era innescato un meccanismo virtuoso per essere all'altezza di strutture con standard elevati di qualità. Adesso occorre ripensare e progettare il futuro, senza aspettare ancora una volta che arrivi lo Stato a risolvere i problemi. Sarebbe un'occasione persa».
Crede ci siano le risorse adatte?
«Vedo tanti giovani capaci, molto preparati e con voglia di fare. Occorre canalizzare le energie per aiutarli a programmare la ripartenza. L'unica cosa da non fare, lo ripeto, è aspettare un intervento esterno».
Qual è la strada migliore?
«Il Salento consente forme variegate di turismo: uno di alto livello, che crea attrazione; uno giovanile, da riqualificare in aree dedicate per non ripetere disastrose esperienze, e infine uno familiare, che qui troverebbe l'ambiente ideale. Io vengo da Rimini: la frequenti per le spiagge attrezzate e per i servizi offerti, non per il mare. Nel Salento accade l'esatto contrario».
Dov'è il problema?
«Alle spalle, una volta ammirati Ionio e Adriatico. I servizi sono ancora molto artigianali, a tratti primitivi. L'ambiente è trascurato. C'è un grande lavoro da fare. Bisogna mettere insieme le energie».
Le pare facile?
«Al Sud stenta ad affermarsi la capacità di fare rete tra aziende che operano nello stesso settore o in quelli a supporto. Dalle nostre parti, al Nord, c'è un tessuto cooperativo e di aggregazione come sistema».
Basta questo?
«Va riqualificata anche la campagna: la perdita dell'ulivo è un danno che incide sul paesaggio e sulla propensione della gente a venire. Qui sì che il pubblico, lo Stato, la Regione, dovrebbe fare qualcosa di più: iniziative ponderate e non demandate a logiche di contrapposizione sterile. Problema serio».
Buona idea quella di puntare tutto sul turismo?
«No. Occorre ripensare anche la piccola impresa artigianale di qualità, un tesoro straordinario che potrebbe contare su potenzialità di sviluppo e nicchie di mercato eccellenti. E invece si va avanti in modo improvvisato, ognuno per sé. Ma il terreno è talmente fertile, anche di risorse intellettuali e non solo materiali, che la cosa è fattibile».
Pensa ai giovani?
«Ecco un altro dei problemi: i salentini andati via. Ne ho trovati tanti, quand'ero direttore generale della Luiss, partiti dal Sud. A loro ho detto: tornate giù e fatevi venire delle idee. Alcuni mi hanno ascoltato. L'esperienza straordinaria di ItaliaCamp, fucina di talenti e processi innovativi, parte da qui. Peraltro animata e guidata proprio da un gruppo di salentini. Ai giovani occorre dare la possibilità di affermarsi. Come vede, le intelligenze ci sono».
Bisognerebbe metterle insieme...
«Ci sarebbe davvero un gran bel lavoro da fare. E invece la politica - non tutta, perché ho trovato anche diversi sindaci illuminati - molto spesso non aiuta, animata com'è da improvvisazione. Un problema generale».
Apriamo gli orizzonti. Ne usciremo, noi, l'Italia, il mondo?
«Sono per natura ottimista. Questo colpo è drammatico, ma ha un risvolto positivo».
Dice?
«Ci metteremo alle spalle sciatteria sociale, politica ed economica. Una botta così - se non ci tramortisce del tutto, e non credo ci riuscirà - farà emergere risorse incredibili. Ci sarà voglia di riscatto. Soprattutto, avanzerà la pretesa della gente di non essere più rappresentata da persone che fanno un mestiere che non sanno fare».
Le competenze, bentornate tra noi.
«Già. Le competenze non si possono improvvisare. Sono saperi messi all'opera e sperimentati, anche con errori, necessari per imparare. Io sono nato durante la guerra in una zona che ha saputo riprendersi bene, in un paesino - Verucchio - posizionato sulla Linea Gotica: nel 44 non era rimasto nulla. Completamente distrutto. Ha avuto uno sviluppo inatteso, tra turismo e industria. La gente ha colto l'occasione per provarci».
Scenari apocalittici.
«La pandemia ricrea una situazione simile. Ma non c'è altro modo per superare il dramma che stiamo vivendo».
Ci siamo arrivati non proprio al meglio.
«Noi siamo un popolo tenace. Ma è anche vero che siamo fiaccati da una classe dirigente che si è accontentata, limitandosi a servire interessi settoriali. Se uno la pensa diversamente, si tenta in tutti i modi di eliminarlo dal gioco. Non è democrazia».
Nel 2009 fece molto discutere la lettera aperta con cui invitava suo figlio ad andar via dall'Italia.
«Una provocazione. Era fin troppo evidente quello che stava per accadere. Ora invece, in un momento come questo, serve solo rimboccarsi le maniche e creare le condizioni perché i ragazzi restino».
Come?
«Finanziando il rischio di impresa, ad esempio. Ma non con la previsione che se ti va male la società ti marchierà a vita e le banche ti volgeranno le spalle. Il fallimento può essere costruttivo. All'estero ti valutano positivamente: ti sei speso per un'idea, ci hai messo ingegno e sei pronto a ripartire».
Intanto, però, il lockdown non allenta la morsa.
«La ripartenza deve essere commisurata all'emergenza sanitaria in atto. Ma, pur con tutte le precauzioni del caso, le attività un po' alla volta devono ricominciare. Non si può arrivare a ridosso dell'estate. Molto dipende da noi: in questi giorni di festa diamo dimostrazione di serietà».
Che idea si è fatto della risposta italiana all'emergenza?
«Non è possibile non avere mascherine o guanti. Non ci si può far trovare incapaci fino a questo punto, tra ritardi e certificazioni. Il problema ritorna: nel tempo abbiamo avvalorato un modello industriale che ci ha privato delle necessarie competenze, disperdendo dosi importanti di know-how».
Dov'è cominciata la discesa?
«Quando l'Italia ha iniziato a rinunciare alla sua politica industriale, alla capacità di decidere dove andare. Abbiamo perso la chimica di base, vanificato tutti i vantaggi nell'elettronica. Negli anni 50 Olivetti aveva creato il centro ricerche nella Silicon Valley, proprio a Cupertino, con grande anticipo su tutti gli altri. Abbiamo avuto una classe dirigente miope. Così quando scatta l'emergenza aspettiamo aiuti da fuori».
Per i titoli dei suoi libri ha usato termini come cinismo e coraggio. Di cosa c'è maggior bisogno?
«Di molto coraggio. E di alimentare le speranze positive, facendo leva sulle nostre qualità migliori. A volte mi sorprendo a notare come gli abitanti del Salento ricordino la gente di Romagna nel dopoguerra: buona, operosa, aperta. Caratteristiche difficili da ritrovare altrove. Ecco, ripartiamo da qui».

  Ultimo aggiornamento: 13 Aprile, 19:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA