Coronavirus, mascherine: per le regioni arriva l'obbligo. Sala: «Disorientati da indicazioni opposte»

Lunedì 6 Aprile 2020 di Giuseppe Scarpa
​Mascherine, si allarga l’obbligo
le Regioni vanno in ordine sparso

Vanno avanti in autonomia le regioni nell'affrontare l'emergenza coronavirus. Una dietro l’altra impongono ai cittadini di coprirsi il volto. Dopo la Lombardia è stata la volta della Toscana. Anche in Piemonte e in Campania si valuta di adottare misure simili, con l’obbligo della mascherina, però, solo in determinati luoghi.

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Scelta del resto già adottata in Friuli Venezia Giulia e Valle D’Aosta, regioni in cui vige l’imposizione di coprirsi naso e bocca, anche con una sciarpa, negli esercizi commerciali. Nel frattempo Palazzo Chigi attende. A rompere gli indugi è stato il governatore toscano Enrico Rossi. Ieri ha comunicato la sua decisione via Facebook: «Voglio fare un’ordinanza che renda obbligatorio l’uso della mascherina all’esterno delle abitazioni». 
Rossi poi ha spiegato che il provvedimento diverrà «esecutivo comune per comune a partire dalla data nella quale, il Comune stesso, ci comunicherà di avere effettuato la consegna a domicilio dei dispositivi, tre a testa». Un obiettivo che non si rivela essere facile, data la penuria del presidio. Forse per questo il numero uno del Pirellone, Attilio Fontana, ha optato sabato per una misura più soft. Ovvero coprirsi il volto. Meglio, certo, con la mascherina, in alternativa foulard o sciarpa sopra bocca e naso sono considerati, in Lombardia, una valida alternativa. 

PRUDENZA
Il governo di Roma è attendista. Aspetta le indicazioni dell’Oms che si annunciano più stringenti sull’uso del presidio sanitario. Una riflessione dell’Organizzazione mondiale della sanità suggerita da un nuovo studio Usa, dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti, sulla facilità con cui si diffonde nell’aria il Covid-19. Un lavoro scientifico che non ha raccolto particolari entusiasmi su esperti come il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), Silvio Brusaferro e l’epidemiologo dell’Iss Giovanni Rezza.
Angelo Borrelli, capo della protezione civile sabato aveva sostenuto, che «non indosso mascherine, ma rispetto il distanziamento sociale». Ieri ha rivisto, in parte, la sua precedente affermazione: «ho detto che non indosso la mascherina perché negli ambienti in cui mi trovo posso rispettare le misure di distanziamento sociale. L’ordinanza della Lombardia va rispettata», ha tagliato corto.
Ma il tema “mascherina si, mascherina no” è ancora centrale nel dibattito pubblico italiano. 

LA POLEMICA
E così Fabrizio Sala, numero due della regione Lombardia, ha rincarato la dose: «posso fare una battuta? Se Borrelli viene in Lombardia si copra naso e bocca». Sala ha poi ha ribadito l’importanza della scelta presa dal governatore Fontana, «se andiamo sul sito dell’istituto superiore di sanità americano, come prima raccomandazione c’è quella di coprirsi naso e bocca». Nella bagarre si è inserito anche Giuseppe Sala, il sindaco di Milano. Che ha messo a fuoco le voci discordanti che si rincorrono sull’impiego delle mascherine: «è disorientante ricevere questa disposizione dalla Regione Lombardia e sentire Borrelli, persona che stimo, dire “io non la metterò e terrò le distanze”». «Però io voglio rimanere fedele a ciò che ho detto dall’inizio e cioè che le ordinanze e le direttive vanno applicate». Infine ai giornalisti che gli hanno chiesto se considerasse la misura utile ha risposto: «non voglio cominciare ad aggiungere una voce alle opinioni…».

I COSTI
I rincari anche colpa
dell’elastico: 250 metri
venduti a 75 euro

È una delle componenti principali con cui si fabbrica la mascherina. Il suo prezzo però comincia a lievitare parecchio. Si tratta dell’elastico, senza cui non è possibile agganciare il presidio dietro le orecchie. L’impennata dei costi la spiega un imprenditore che ha convertito la sua azienda durante l’emergenza covid-19 alla fabbricazione di mascherine protettive. «Un mese fa per 250 metri di elastico si pagavano 25 euro. Adesso siamo intorno ai 75 euro», spiega Giovanni Pasella che è a capo di una piccola azienda.
Anche le imprese storiche del settore come la Bls, che da sempre realizza le pregiate ffp2 e ffp3, ha riscontrato degli aumenti. Rialzi che però sono stati arginati grazie a precedenti contratti quadro che permettono di comperarli al prezzo originario.

I FALSI
Certificati irregolari
per prodotti
che non filtrano l’aria

Piovono mascherine fasulle sull’Italia, accompagnate da tanto di certificati falsi. La possibilità che gli italiani possano mettersi sul viso presidi sanitari che non rispecchiano gli standard minimi di sicurezza è molto elevato. Agenzie delle dogane e carabinieri del Nas (il Nucelo Anti Sofisticazioni) in queste settimane lavorano a ritmo sostenuto. Spingono i controlli al massimo.
«Non è solo una questione di forma della certificazione – spiega un investigatore – perché le mascherine devono garantire una reale qualità del filtraggio dell’aria. Altrimenti, soprattutto per medici e infermieri, che le adoperano in prima linea, negli ospedali a contatto stretto con i malati di coronavirus, potrebbe essere estremamente pericoloso».

INDUSTRIE E IMPORTAZIONI
Il fabbisogno: 3 milioni
di pezzi al mese
E la richiesta può salire

È uno scenario mutevole, quello delle mascherine protettive in Italia. Il fabbisogno stimato in 3 milioni di pezzi al mese è suscettibile di modifiche. Un’indicazione, questa, fornita dal capo della Protezione civile venti giorni fa, quando ancora non si era vagliata l’opzione, tra l’altro già adottata da alcune Regioni, di renderle obbligatorie. Questo chiaramente farebbe schizzare il consumo sensibilmente verso l’alto.
Intanto il sistema produttivo italiano, che da quindici anni ormai non fabbricava più le mascherine protettive chirurgiche, si sta di nuovo riconvertendo: «Ad oggi 79 aziende sono state autorizzate ad avviare la produzione di mascherine e ad accumulare scorte», ha spiegato ieri il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro.

LA BUROCRAZIA
Procedura snellita
ma molte aziende
senza autorizzazione

L’aumento di produzione interna di mascherine è stata la molla che ha spinto il governo a derogare la normativa che culmina con il bollino CE. Una parentesi aperta solo per l’emergenza Covid-19. Di solito questa procedura portava via diversi mesi. Per comprimere i tempi oggi si fa così: un’azienda che vuole produrre mascherine invia all’Iss oppure all’Inail un’auto certificazione accompagnata da una perizia tecnica che conferma la capacità di realizzarle rispettando gli standard di sicurezza.
Dopodiché i due enti danno la loro autorizzazione. Tempo stimato una settimana. Tuttavia in questo momento Iss e Inail sono subissati di domande e non riescono sempre a rispettare le scadenze. Il risultato è che ad oggi nelle farmacie le chirurgiche sterilizzate sono pressoché introvabili.

 

Ultimo aggiornamento: 12:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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