Coronavirus, Salvini e le Chiese aperte a Pasqua: la strategia del leader della Lega

Domenica 5 Aprile 2020 di Franca Giansoldati

L'ultimo pressing religioso di Salvini si è concentrato per far riaprire le chiese. A questa uscita meditata si vanno ad aggiungere altri gesti simbolici. Per esempio il bacio del crocifisso, l'ostentazione del rosario, la recita di una preghiera in tv ma soprattutto l'insistenza alla consacrazione dell'Italia al Cuore Immacolato di Maria.

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Cosa si cela dietro la strategia devota di questo leader e perchè la sta portando avanti con tanta determinazione? A mettere a fuoco questo ampio progetto e cucire assieme i tasselli di una storia che parte da lontano e fino a coinvolgere anche altri leader politici – come Viktor Orban, in Ungheria, Donald Trump negli Usa o Bolsonaro in Brasile – è un libro appena uscito scritto da Iacopo Scaramuzzi e pubblicato dalla Emi, intitolato «Dio? In fondo a destra».

In questa esposizione meticolosa si capisce che sta lentamente affiorando una vasta corrente che fa leva sulla religiosità popolare per cementare la parte di elettorato sensibile alla tradizione e alle culture nazionali. Il ventre molle dell'Italia. Gente che spesso è impaurita dalla globalizzazione e dall'impoverimento, dal rischio di perdere quello che finora ha raggiunto in termini di benessere. 

«Quando Matteo Salvini affida l’Italia, nonché il proprio successo elettorale, al Cuore Immacolato di Maria, nel maggio del 2019, si rifà, sin dal linguaggio scelto, alle apparizioni portoghesi del 1917, e a un immaginario religioso carico di significati politici. E quando negli stessi giorni, a svariate migliaia di chilometri di distanza, il presidente Bolsonaro consacrava il Brasile ad una statua che raffigura la medesima Vergine di Fatima, mostrava che quella del leader leghista non era una trovata estemporanea, ma scientemente si inseriva in una strategia ben coordinata».
 

 

Un'azione studiata a tavolino  che mescola i più recenti ritrovati del marketing politico alle icone novecentesche religiose. 

La Madonna di Fatima ha una storia che inizia nel 1917, data delle apparizioni in uno sperduto paesino portoghese. In quell'anno scoppia la rivoluzione bolscevica, la prima guerra mondiale è in corso, e di lì a poco il dopoguerra sarà segnato da un forte clima anticlericale e dal timore di un contagio socialista. In questo quadro Fatima assume una valenza di reconquista cattolica. Il regime di António de Oliveira Salazar sfrutterà i pellegrinaggi di Fatima per rinsaldare l’identità cattolica del paese. «Il popolo veniva tenuto a bada con una sorta di moderno panem et circenses, le tre «f» di fado, football e Fatima» scrive Scaramuzzi. Un caso storico - emblematico - che evidentemente viene ritenuto valido ancora oggi se nel settembre del 2019, a Fatima si sono dati appuntamento Viktor Orbán, il capo di gabinetto di Donald Trump, Mick Mulvaney, e Salvini.

Il «pellegrinaggio» doveva essere a porte chiuse e doveva rimanere riservato ma la presenza, tra gli illustri ospiti, del cardinale antibergogliano Zen Ze-kiun, arcivescovo emerito di Hong Kong, super critico dell'accordo siglato tra la Cina e il Vaticano, fa saltare la riservatezza. Se ne occupano i giornalisti, la storia esce e scoppia il caso.

Il mese dopo in piazza San Giovanni in Laterano Salvini assieme a Berlusconi e la Meloni offrono una riflessione sulle grandi questioni sociali che destano preoccupazione. Il multiculturalismo, le famiglie tradizionali, formate da un uomo e una donna, il timore per l'islam che cresce e la paura delle persecuzioni cristiane in tanti paesi islamici. L'identità cristiana fa da ombrello. La Vergine di Fatima un ottimo vettore. 
 

In questi giorni in Ungheria Viktor Orban ha raggiunto i pieni poteri mettendo in allarme le cancellerie europee. Il Ppe sta cercando di espellerlo anche se al suo interno ci sono incertezze (per esempio Forza Italia è contraria a metterlo fuori). Orban ha riassunto in una frase l'efficacia del disegno ispirato alla Madonna di Fatima. «Diciamo con sicurezza che la democrazia cristiana non è liberale. La democrazia liberale è liberale, mentre la democrazia cristiana per definizione non è liberale. Se vi piace è illiberale. E possiamo dirlo in particolare in relazione ad alcune questioni importanti. La democrazia liberale è a favore del multiculturalismo, mentre la democrazia cristiana dà la priorità alla cultura cristiana; questo è un concetto illiberale. La democrazia liberale è pro immigrazione, mentre la democrazia cristiana è anti immigrazione questo è un concetto davvero illiberale: La democrazia liberale si schiera a favore di modelli familiari adattabili mentre la democrazia cristiana poggia su fondamenti del modello familiare cristiano. Ancora una volta questo è un concetto illiberale».

Una visione che fa presa. Tanto che Orban nelle elezioni del 2018 ha raccolto (in un paese praticamente ateo, composto dal 80 per cento di non credenti) quasi il 47 per cento dei suffragi e due terzi dei parlamentari. Un esempio assai efficace che a Matteo Salvini è ben presente. 

 

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