Case in cambio di voti. Torricelli: «Ho aiutato disperati». Monosi: «Ho già risposto ai giudici». Gorgoni: «Ho eseguito ordini»/ Così aiutarono il fratello del boss

Case in cambio di voti? «Ho soltanto aiutato gfente disperata che cercava una casa». Così Antonio Torricelli, il consigliere comunale lecese del Pd finito agli arresti domiciliari nell'ambito dell'inchiesta sul "mercato" delle case popolari, si è difeso stamani davanti al giudice delle indagini preliminari Giovani Gallo che ha condotto gli interrogatori alla presenza dei sostituti procuratori Roberta Licci e Massimiliano Carducci. Torricelli ha risposto alle domande negando di aver mai tratto dei vantaggi personali dal suo interessamento. La Procura, invece, gli contesta di essersi adoperato per l'assegnazione di alloggi popolari in cambio di voti.
Gli altri interrogatori.
Attilio Monosi.
L'ex assessore, titolare del Bilancio nella giunta di centrodestra del sindaco Paolo Perrone e consigliere comunale di opposizione, si è avvalso della facoltà di non rispondere. O meglio: ha riferito ai magistrati che rigurdo le contestazioni ha già risposto in tre lunghi interrogatori subiti nella prima fase delle indagini. Nulla altro da aggiungere, dunque. All'epoca sostenne la regolarità e la liceità del suo operato. La Procura, invece, gli contesta l'assegnazione di alloggi e case parcheggio in cambio di voti, attribuendogli una sorta di ruolo di coordinatore del "sistema" messo a nudo dalle indagini eseguite dalla Guardia di Finanza.
Luca Pasqualini, assessore alla Mobilità nella precedente giunta e consigliere comunale di opposizione (centrodestra) sarà interrogato domattina.
Pasquale Gorgoni, funzionario del Comune ha detto ai magistrati di essersi limitato ad eseguire le indicazioni che gli giungevano dagli amministratori comunali.
 
 

I PARTICOLARI DELL'INCHIESTA. I RAPPORTI CON LA MALAVITA LECCESE
La casa al fratello del boss della Sacra Corona unita? Assegnata grazie all'interessamento dell'ex assessore Attilio Monosi, e di Lillino Gorgoni, funzionario dell'ufficio Patrimonio. E con la complicità di Damiano D'Autilia, all'epoca amministratore di Alba Service e consigliere comunale, e del deputato di Noi con Salvini, Roberto Marti, (il cui nome, nelle carte dell'inchiesta, è coperto da omissis). E non una casa qualunque: proprio un immobile confiscato alla criminalità organizzata. I dettagli sono contenuti in un lungo passaggio dell'ordinanza di custodia cautelare che venerdì scorso ha portato due persone in carcere, cinque agli arresti domiciliari, nell'ambito di un'inchiesta sul malaffare attorno all'assegnazione di alloggi popolari che vede indagate complessivamente 48 persone.
I fatti risalgono a tre anni fa, e vedono coinvolti Antonio Briganti, fratello del boss Pasquale, e sua moglie Luisa Martina. Stando alle indagini della Guardia di finanza, i due coniugi avrebbero fatto pressioni affinché potessero ricevere un alloggio popolare: in seguito all'incendio della loro casa, infatti (avvenuto nel giugno del 2014), erano costretti a vivere in affitto a un canone non sostenibile. E della vicenda veniva investito direttamente Monosi, «su esplicita richiesta di omissis - scrive il gip Giovanni Gallo - e di D'Autilia Damiano», per il tramite di Rosario Greco, detto Andrea, ex autista di D'Autilia e dipendente di Alba Service.
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Lunedì 10 Settembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 11-09-2018 14:19