L'avvento dei capipopolo al governo e i danni del “sudismo” nei territori

Domenica 24 Novembre 2019 di Claudio SCAMARDELLA
Il grande vuoto ideale e politico lasciato dall’eclissi del meridionalismo di pensiero ha fatto emergere al Sud e sul Sud negli ultimi anni analisi e letture, ma anche sentimenti, fascinazioni e personaggi che lo hanno ulteriormente danneggiato. Il Mezzogiorno è regredito, prima ancora che negli indicatori economici e sociali, sul piano politico, culturale, intellettuale e dell’informazione. È regredito non solo nell’incapacità di produrre una nuova visione condivisa e convincente, è fortemente regredito anche nella selezione e nell’espressione di chi è stato chiamato a rappresentarlo. Un abisso rispetto al passato, nonostante i difetti, le distorsioni e le degenerazioni delle vecchie classi dirigenti meridionali e nonostante il processo di decadenza del ceto politico non abbia riguardato solo il Meridione. Di sicuro, al Sud lo scarto tra il prima e il dopo si è presentato ancora più netto e marcato: sono riemersi i suoi lati e i suoi rappresentanti peggiori dopo la sistematica opera di demolizione dei corpi intermedi, dopo il crollo dei grandi soggetti collettivi. Nello stesso tempo, l’irrompere sulla scena della liquida e superficiale comunicazione digitale ha dato stura e libero sfogo al protagonismo degli “spiriti animali”, ha stappato la sentina del rancore e del malcontento, esaltata dalla rete, trasformando l’incompetenza in valore, i saperi in simulacri da abbattere, l’improvvisazione al potere in una conquista.



In questo “significante vuoto” ha avuto gioco facile ad affermarsi un’ondata anarco-populista che ha alimentato un ribellismo trasversale e un rivendicazionismo massimalista, impolitico, in reazione sia al vecchio leghismo settentrionale sia alle nuove paure create dalla globalizzazione. Hanno così trovato diritto di cittadinanza pulsioni, sentimenti e leader che hanno colmato la crisi del vecchio meridionalismo liberale e riformista con un “sudismo” della recriminazione, del rancore e del rigetto. Estremista nel linguaggio, rabbioso nei comportamenti, con una forte spinta all’autoisolamento come reazione alla lunga marginalità e alle decisioni calate dall’alto e subìte per molti secoli. Un “sudismo” pronto a “scassare” nel nome di un accentuato, quanto manipolato e strumentalizzato, orgoglio territoriale, con l’emergere e l’affermarsi di una corrente di pensiero più sovranista dei sovranisti: padroni a casa propria, ora decidiamo noi, qui ed ora, su tutto ciò che riguarda la nostra terra; e se non possiamo decidere noi, non possono e non devono decidere nemmeno gli altri. Una deriva che ha portato, anno dopo anno, pezzi e aree importanti del Sud a collocarsi spesso, con le istituzioni locali, all’opposizione dei governi nazionali e a rifiutare, a prescindere, tutto ciò che veniva da fuori.

È stata questa la variante meridionale della più generale rivolta contro il sistema e contro le élite maturata nelle società occidentali. Non solo il basso contro l’alto, gli emarginati contro gli integrati, i poveri contro i ricchi, ma un diffuso e trasversale sentimento di “rottura” e di “rancore” verso l’esterno. Questo sentimento ha accomunato, anno dopo anno, ceti disperati e ceti protetti, segmenti ampi della borghesia delle professioni e della stessa borghesia intellettuale della società meridionale. Una sorta di populismo identitario o, se si preferisce, di territorialismo populista che, a differenza di altri Paesi e altre aree geografiche in Occidente dopo la grande depressione del 2008, ha visto insieme e sullo stesso fronte “sofferenti” e “insofferenti”: il ribel- lismo antisistema proveniente dalle aree della “sofferenza” sociale ed economica si è incrociato, infatti, con l’area dell’“insofferenza” politica e culturale delle stesse élite meridionali anche in reazione alla dozzinale propaganda leghista contro il Sud, alle delusioni accumulate con i governi di centrodestra e di centrosinistra della Seconda Repubblica, ai nuovi fallimenti delle ridimensionate politiche pubbliche per il Mezzogiorno. Rivendicazioni, recriminazioni e sentimenti che hanno trovato ben presto forma e sostanza dentro la politica e le istituzioni locali con l’arrivo al governo di molte città e regioni meridionali di personaggi di forte rottura rispetto anche al passato più recente, confusionari mestatori di un melting pot tra ribellismo e territorialismo identitario, oltre che con un senso delle istituzioni e dello Stato molto approssimativo. Capipopolo più che governanti, demagoghi e agit prop più che studiosi dei dossier e dei problemi da risolvere, bravi a cavalcare la protesta e la rabbia urlante e debordante dei social più che a incanalarle in soluzioni di governo, capaci di sostenere tutto e il contrario di tutto, a seconda degli interlocutori e delle platee del momento, più che a indicare una direzione di marcia e a costruire senso, a perseguire una visione e un progetto (...). 

I danni sui territori periferici sono stati devastanti. Il già pesante deficit di classe dirigente nel Mezzogiorno si è allargato, la già scarsa qualità nella gestione delle istituzioni locali è peggiorata. Una distanza abissale rispetto alla capacità di governo e alla concretezza dimostrate negli stessi anni dalla classe dirigente e dal ceto politico-amministrativo alla guida delle città e delle regioni settentrionali, non solo di provenienza leghista ma di tutti gli schieramenti. Distanza non certo giustificabile soltanto con la diversa disponibilità di risorse e la differente possibilità di spesa.

Potremmo dire che al Sud, da Napoli alla Puglia, dalla Sicilia alla Calabria, le forze (e i personaggi) antisistema sono arrivate al governo molto prima che a Roma, molto prima dell’exploit del M5S alle elezioni del 4 marzo 2018. E ci sono arrivate con la spinta determinante della maggioranza del cosiddetto “ceto medio riflessivo”, della borghesia delle professioni e di quella intellettuale, non solo del Sud sofferente, lazzaro o fannullone, orfano delle protezioni e in cerca di nuove forme di assistenza. La pulsione palingenetica a “scassare” ha attecchito anche in segmenti insospettabili della società meridionale, in ampi spezzoni delle stesse classi dirigenti, che pure avevano fatto collezione di privilegi, protezioni e mance nel “vecchio regime”. Così il Mezzogiorno è stato risucchiato nel vortice anarco-populista e di un rivendicazionismo massimalista senza sbocchi, se non nell’autoisolamento. Con gli stessi governanti locali a soffiare, sovente, sul ribellismo e a interpretare un linguaggio radicale ed estremista per nascondere le proprie incapacità realizzative. E con gli stessi governanti a identificare, di volta in volta, nemici nazionali o internazionali e capri espiatori lontani dal Mezzogiorno per darli in pasto agli elettori, attraverso la piazza reale o mediatica (...).

La Puglia è la regione che, negli ultimi anni, più di tutte ha incubato ed elaborato le varianti e le contraddizioni del “sudismo”, sia di governo che di opposizione, sia politico che sociale e anche culturale, ed è diventata una sorta di laboratorio della “mutazione genetica” dei ruoli e delle funzioni propri di una classe dirigente. Un “sudismo”, impastato di sovranismo e anti-modernismo, che ha trovato terreno fertile nella valenza e nel concentrato delle questioni al centro dell’agenda pubblica pugliese – dalla xylella al gasdotto Tap e all’Ilva –, tutte di rilievo nazionale e diventate materie di scontro diretto tra centro e periferia. Proprio su questi temi, così sensibili e di grande interesse popolare, ma soprattutto di facile manipolazione nella formazione del sentimento pubblico, sono state sperimentate, prima che altrove, le disastrose conseguenze a cui una comunità e un territorio vanno incontro quando la politica e le istituzioni rincorrono tutte le piazze, reali e digitali, del ribellismo, parlando il “linguaggio del consenso” anziché il “linguaggio della verità”, inseguendo la followership invece della leadership, ricercando la popolarità anche se in contrasto con l’etica della responsabilità. © RIPRODUZIONE RISERVATA