Giò Stajano, il coraggio di essere solo se stessi

Giò Stajano, il coraggio di essere solo se stessi
di Claudia PRESICCE
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Mercoledì 21 Luglio 2021, 05:00

Non si sa dire, ancora oggi, se fu più coraggio o solitudine. In entrambi i casi dietro un’apparenza ironica e divertita, la signora Maria Gioacchina Stajano Starace contessa Briganti di Panico, nata Gioacchino Stajano, riuscì nel secolo scorso, nell’intento più difficile di tutti: quello di essere se stessa. Certo che, a guardarla oggi quella storia, nessuno poteva immaginare quanto negli anni Venti del terzo millennio quella battaglia sarebbe stata ancora tanto attuale in questo Belpaese piccolo piccolo…

Nato nel dicembre del ’31 a Sannicola, nel Sud dei Sud, nipote di quel gerarca fascista Achille Starace vicinissimo al duce (quando era segretario del partito nazionale fascista), Giò Stajano di audacia ne aveva da vendere: e ce ne voleva davvero tanta negli anni Cinquanta a ostentare la propria omosessualità, facendosi beffe di benpensanti e bacchettoni democristiani che imperversavano fuori e dentro i palazzi della politica. Non esitò a diventare il primo gay pubblicamente dichiarato in Italia negli anni Cinquanta sconvolgendo tutte le censure incastrate intorno all’omosessualità, e poi nell’82 diventò donna dopo l’intervento a Casablanca

La Dolce Vita

Fu soprattutto il mondo dell’arte ad abbracciare e a capire di più quel ragazzo alto, colto e vanitoso arrivato dal Salento a fare mostre di pittura Roma: lo volle Fellini nei suoi film, e si dice che fu il suo bagno in una fontana romana con Novella Parigini, pittrice anche lei anticonformista, a ispirare la celebre scena di “La Dolce Vita”. E si racconta pure che furono i golfini col collo alto, fatti a ferri e indossati da Giò stesso in quegli anni, a giocare un ruolo decisivo nella “dolcevita” romana di cui lui fu protagonista estroso, e poi giornalista colto e irriverente.

I libri di Manni

Oggi questa incredibile, emblematica, storia di un ragazzino artista che cavalcò la storia di un paese bigotto, e diventò nella terza età riguardosa nobildonna, è celebrata in due libri pubblicati dall’editore Manni e dedicati a Giò. Si tratta di “Giò Stajano. Pubblici scandali e private virtù. Dalla Dolce vita al convento”, un celebre “Dialogo con Willy Vaira” che è una biografia completa, ripubblicato in una nuova edizione riveduta e corretta (con un album fotografico) a 90 anni dalla nascita e a 10 dalla scomparsa.
E l’altro è “Il salotto di Giò Stajano. L’omosessualità in Italia negli anni Settanta raccontata attraverso le lettere inviate al settimanale Men”, costruito con un’ampia introduzione di Willy Vaira sulla storia della rivista e sulla carriera nel mondo del giornalismo di Giò, con una scelta delle lettere di “Il salotto” con le risposte. Si tratta di materiale tratto dalla rubrica che dal 1972 al 1975 Giò Stajano, tenne su “Men”, settimanale per “soli uomini”, dal titolo “Il salotto di Oscar W. spolverato da Giò Stajano”, che spalancò le porte di un mondo fino ad allora ben nascosto e tormentato.

Giò Stajano ha liberato stampandoli nero su bianco i desideri, le voglie, i sogni di ragazzi innamorati, confusi, attratti, desiderosi di altri ragazzi – spiega nell’introduzione Pino Strabioli – ha dato spazio a turbamenti, sensi di colpa, passioni, amori proibiti, audacia e vigliaccherie, consapevolezze e sospetti”. E poi continua con un’amarezza condivisibile: “In questo salotto il tempo per certi aspetti è passato lasciando il segno di certe ingenuità commoventi, ma purtroppo vi sono lettere che potrebbero essere scritte ancora oggi”. Sembrava essere cambiato il mondo, quella di Giò doveva segnare l’inizio di una rivoluzione che ormai, dopo tanti decenni, oggi doveva essere ben consolidata. Qualcosa è forse cambiato da allora, ma tanto altro incredibilmente no.

Le lettere sono divise in senso tematico, se così si può dire: Gli inesperti; I confusionari; Gli scrupolosi; Gli ingordi; I catastrofici; I militari; I mitomani; I saccenti; I romantici. Dentro si incontra una fauna di giovanotti inquieti e turbati da una società che non li voleva così “diversi” come erano nati. Giò per tutti ha una parola, una storia personale, un consiglio.

La conversione

Per Giò quella per l’accettazione sociale degli omosessuali non fu mai una battaglia politica, non esisteva forse questa possibilità tra i partiti di allora. Era sete di giustizia per sé prima di tutto, per il suo carattere indomito, la sua personalità forte e orgogliosa. Da adulta diceva di aver lottato perché non voleva essere considerata un “rifiuto” e, con la conversione dopo i 65 anni, abbracciò anche la vita monacale a Sannicola aspirando a diventare sposa di Dio, diceva, perché lui avrebbe capito e corrisposto la sua sete d’amore. “Tutto quello che siamo o abbiamo è dono di Dio, quindi anche il fatto di avere una natura omosessuale è opera sua, sta a noi viverla nel modo più santo possibile” dice Giò a Vaira in “Pubblici scandali e private virtù”.

“In questa Italietta ipocrita e farisaica, Giò Stajano lanciò la pietra dello scandalo, un macigno anzi, e lo fece in grande solitudine – scrive Piero Manni nella sua introduzione illuminante al libro – si dirà che la sua aspirazione era il successo e non la ribellione, che la sua motivazione era personale e individualista e non sociale: forse, se si vuole probabile. Di certo, bisognerà aspettare il 1971 perché in Italia sorga una associazione di omosessuali, e lo scandalo di Giò Stajano nei terribili anni Cinquanta non è estraneo alla nascita di quella associazione (intellettualisticamente sospettosa nei riguardi di Stajano e alla quale Stajano non aderì) e del movimento gay in Italia”.

È lei stessa a spiegare a Vaira i motivi della sua non adesione all’associazione: “Sono sempre stata nemica dei ghetti, come di qualsiasi altra forma di divisione, e vorrei che tutti fossero ugualmente uguali. D’altronde ho vissuto con la stessa dignità nei salotti di via Veneto come nelle trattorie trasteverine”.

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