Il delitto Matteotti e l’ombra della lobby del petrolio

Martedì 9 Marzo 2021 di Ilaria MARINACI

C'è solo un movente politico o anche un movente d'affari dietro all'assassinio di Giacomo Matteotti? Da una serie di documenti ritrovati in Inghilterra, emerge ancora più chiara la tesi che lega il delitto del leader socialista a un giro di tangenti che vide coinvolti alti esponenti dell'allora governo fascista, una potente loggia massonica e una società petrolifera americana. Una corruzione tesa a favorire la concessione di diversi ettari di terreno in Emilia e in Sicilia per lo smaltimento di rifiuti tossici prodotti dalle raffinerie. Matteotti era intenzionato a denunciare queste attività illecite in Parlamento durante la seduta prevista il 13 giugno 1924, ma tre giorni prima fu rapito e ucciso da una squadra fascista guidata da Amerigo Dumini su ordine di Benito Mussolini.
«Proprio in seguito al suo omicidio, le concessioni furono bloccate e non se ne fece più nulla. Quindi, possiamo dire che il suo martirio ebbe anche questo importante risvolto».

A ricostruire l'intera vicenda è un'accurata indagine documentale fatta da Anna Rita Gabellone, docente di Storia delle Dottrine Politiche all'Università del Salento e responsabile alla Ricerca del Centro Studi Osservatorio Donna dell'ateneo, contenuta nel volume Il ruolo degli antifascisti italiani in Gran Bretagna, in uscita entro l'anno per l'editore Pacini di Firenze, nella collana della Fondazione di Studi Storici Filippo Turati.
Gabellone si occupa da più di dieci anni di Sylvia Pankhurst, nota militante del movimento delle suffragette inglesi, ed è seguendo le sue orme che incrocia il giallo del delitto Matteotti. «Ne sto studiando il pensiero spiega la docente salentina come fondatrice del partito comunista britannico e poi del cosiddetto partito Matteotti, Women International Matteotti Committee, attivo dal 1930 fino al 1939, anno di inizio della Seconda Guerra Mondiale».

Dopo l'uccisione di Matteotti, che fece percepire anche all'estero i metodi violenti della politica mussoliniana, si formò fra l'Italia e la Gran Bretagna, ma anche in altri paesi europei, una rete internazionale antifascista alimentata da fuoriusciti perseguitati dal regime come Carlo Rosselli, Gaetano Salvemini, Emanuele Modigliani e Filippo Turati. Fra questi movimenti si colloca, appunto, quello fondato dalla Pankhurst e dal marito Silvio Corio, giornalista anarchico torinese.

«In Inghilterra, esiste all'università di Warwick un fondo denominato fondo Matteotti che contiene una serie di documenti dell'Indipendent Labour Party, la sinistra estrema del Partito Laburista. Con i leader di questa fazione Matteotti si incontrò a Londra nell'aprile del 1924 e rilasciò dichiarazioni scottanti su alcune concessioni di terre in Emilia e in Sicilia per smaltire i rifiuti tossici della società petrolifera Sinclair, che vedeva fra i suoi azionisti anche la casa reale dei Savoia. Il leader socialista era molto preoccupato dell'inquinamento che questo stoccaggio avrebbe provocato in quelle terre e sapeva che dietro queste concessioni c'era il pagamento di ingenti somme di denaro al ministro dell'Economia Orso Maria Corbino, a quello dei Lavori Pubblici Gabriello Carnazza e ad alcuni esponenti della loggia massonica di Piazza del Gesù».

Corbino era un fisico di grande fama, maestro di Enrico Fermi, una personalità che dava lustro al governo fascista ma che non era succube del Duce, al punto che non prese mai la tessera del partito. «Alcuni studi incrociati mi hanno portata a notare prosegue la docente che dopo 15 anni dal delitto Matteotti il figlio di Corbino diventa amministratore delegato proprio della Sinclair».

Ma Mussolini sapeva di questo giro di tangenti? «Pur potendo agire con una certa autonomia, Corbino rimarca Gabellone aveva sicuramente portato a conoscenza dell'accordo con la multinazionale il Duce, che non poteva non sapere anche del resto».
A riprova di tutto questo, ci sono, nel fondo Matteotti, a Warwick, i resoconti scritti dell'Indipendent Labour Party del colloquio avuto con l'esponente politico italiano che aveva condiviso i suoi timori anche con la famiglia, come confermò il figlio Matteo negli anni Ottanta e poi una campagna mediatica di sei mesi sul prestigioso Daily Herald, la voce del partito laburista, che, dopo il delitto, indicò come vero mandante Corbino. Eppure a prevalere, negli anni successivi, fu la tesi del movente politico.

«Mussolini afferma Gabellone era uno stratega intelligente e sapeva che l'omicidio di Matteotti, come effettivamente avvenne, avrebbe fatto traballare il regime agli occhi della politica internazionale. Eppure lasciò lo stesso che prendesse piede il movente politico per coprire una situazione che gli era sfuggita di mano».
Significativo anche che, dopo un anno dal delitto, Corbino si dimise e il suo successore non portò avanti l'accordo con Sinclair. «Pure agli oppositori del regime conclude la studiosa faceva comodo che emergesse Mussolini come l'unico carnefice, ecco perché la ricostruzione del delitto uscita sui giornali inglesi, che è al centro nella mia monografia, è sfuggita o è stata più o meno volutamente omessa nel Dopoguerra».

I puzzle della storia si ricostruiscono non accontentandosi delle interpretazioni acclarate ma andando a studiare le fonti d'archivio e scoprendo tracce che portano anche in altre direzioni.

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