“Le colpe del Sud”: alibi, sprechi di opportunità. Da venerdì il libro di Claudio Scamardella

Domenica 24 Novembre 2019

Dove, quando e perché abbiamo sbagliato, noi meridionali? Dove, quando e perché hanno sbagliato le nostre classi dirigenti, prime fra tutte la cultura e le élite intellettuali meridionaliste, se dai tumultuosi cambiamenti degli ultimi trent’anni è uscito un Sud ancora più debole, arretrato, decomposto, rassegnato, perfino più cinico e con la prospettiva di una sua ravvicinata desertificazione umana e produttiva? Perché qualcosa, anzi molto, abbiamo sbagliato anche noi se siamo riusciti a bruciare un’altra generazione e se la prossima sta già scappando, lasciandoci una terra per soli vecchi. Qualcosa, anzi molto, abbiamo sbagliato anche noi se ci siamo lasciati sfuggire tutte le occasioni che si sono presentate per riafferrare il destino nelle nostre mani. Se abbiamo sprecato finora tutte le straordinarie opportunità offerte dai nuovi scenari geopolitici e geoeconomici per rientrare nel flusso della “grande storia” dopo secoli di estromissione e marginalità. 

E qualcosa, anzi molto, abbiamo sbagliato anche noi se stiamo correndo il rischio di consegnarci, a capo chino e a mani alzate, a chi ci ha umiliati, offesi e accusati delle peggiori nefandezze. Stavolta, almeno stavolta, non possiamo autoassolverci e convincerci che le colpe siano solo degli altri, le responsabilità da ricercare solo all’esterno, gli inganni e i tradimenti perpetrati solo da chi è lontano da noi. Le colpe, stavolta, sono anche nostre, se non quasi esclusivamente nostre, per esserci ingannati da soli, finendo per tradire noi stessi. Le colpe sono delle nostre classi dirigenti, della cultura e delle élite intellettuali per aver ignorato, o fatto finta di ignorare, che la vecchia cassetta degli attrezzi del meridionalismo è diventata da molti anni inadeguata, anzi dannosa per l’analisi e per la proposta.

Abbiamo sbagliato nel non aver capito che la vecchia “questione meridionale” si era sciolta trent’anni fa, rientrando nell’alveo della “questione mediterranea” e diventando la “questione meridionali”. Nel non aver capito che l’Italia nella sua forma di Stato-Nazione, così come era stata inverata nei primi 150 anni di Unità, non reggeva più, e che la rotta di collisione tra Nord e Sud - con esigenze, aspettative e bisogni diversi, se non divergenti - non era un capriccio dei leghisti o dei settentrionali, ma la maturazione di un processo storico, politico ed economico; e che, perciò, ripensare l’assetto dello Stato e l’architettura istituzionale rappresentava un’esigenza anche del Mezzogiorno, al pari se non forse più del Nord.

Abbiamo sbagliato nel continuare a pensare che tutto dipendesse ancora e soltanto dalla crescita del Pil e del reddito pro capite, dagli aiuti e dai sostegni dello Stato distributore, dall’assistenza e dalle protezioni, perfino dal tasso di “meridionalità” nelle composizioni dei governi nazionali, e non anche da una visione, da un pensiero, da una scala di priorità, da come e dove spendere le risorse: insomma, da un nuovo paradigma di sviluppo e da un’idea-forza fondata su una missione strategica nel mondo nuovo proiettato nel terzo millennio, una missione nel nome e per conto dell’intero Paese e da seguire con l’intero Paese.

Abbiamo sbagliato a non capire che il fallimento delle politiche pubbliche nel Sud non era dovuto solo alla quantità delle risorse disponibili, ma soprattutto alla scarsa qualità della spesa e a quel maligno circolo vizioso tra società decomposta e disordine politico che tiene prigioniero il Mezzogiorno da molti secoli. Abbiamo sbagliato nel continuare a guardare soltanto gli elenchi degli aiuti e delle risorse, invece di sfogliare i nuovi atlanti geografici ed economici che offrivano grandi possibilità di riscatto alla parte meridionale della penisola, consentendole perfino di diventare il traino di un nuovo “miracolo economico” dell’intero Paese.

Abbiamo sbagliato a indignarci solo per i numeri e le statistiche che certificavano di anno in anno l’aggravarsi delle nostre arretratezze e dei nostri ritardi, soffermandoci molto poco su missioni e prospettive che il mondo in trasformazione potevano garantire al Mezzogiorno. Abbiamo sbagliato a stare fermi e a temere qualsiasi cambiamento, crogiolandoci perfino nella nostra lentezza o consolandoci con la retorica delle nostre eccellenze, mentre il mondo non era più lo stesso. Abbiamo sbagliato a non capire che il divenire della storia ci imponeva un cambio radicale di aspettative e di prospettive: non più che cosa possono (e devono) fare gli altri per noi, ma che cosa il Sud può offrire e dare agli altri.

Abbiamo sbagliato. E tanto. Perché abbiamo consentito che il meridionalismo di potere prendesse il sopravvento sul meridionalismo di pensiero. Ma siamo ancora in tempo per rimediare. Le opportunità, le occasioni e le possibilità offerte da una storia che da trent’anni ci è diventata “amica” sono ancora lì, a portata di mano. Finora le abbiamo sprecate anche per i nostri errori; possiamo però ancora afferrarle e rimetterci in cammino. A una sola condizione: rileggere i nostri abbagli e le nostre colpe, svelando certo la grande menzogna che il Nord ha raccontato in questi anni su di noi e sulla ripartizione delle risorse dalla cassa comune, ma anche le grandi bugie che abbiamo raccontato a noi stessi. Senza alibi, senza infingimenti e tenendo sempre a debita distanza qualsiasi forma di vittimismo e giustificazionismo, figli di un “sudismo” privo di prospettive. Sono stati questi, e restano questi, i nostri principali nemici.

cs

Ultimo aggiornamento: 18:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA