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L'intervista/Novembre: «La cura dei luoghi come patrimonio»

L'intervista/Novembre: «La cura dei luoghi come patrimonio»
di Alessandra LUPO
5 Minuti di Lettura
Venerdì 22 Aprile 2022, 23:17 - Ultimo aggiornamento: 23:29

Dopo un anno di stop per la pandemia, prende il via oggi, per la prima volta a Bari, Externa, la Fiera Nazionale dell'arredo degli spazi esterni, giunta alla 15esima edizione. Tra gli ospiti del focus architettura come fede sono attese le archistar Tito Boeri, Mario Cucinella, Irina Chun e anche uno dei designer più interessanti della scena italiana, Fabio Novembre. Leccese classe 66, Novembre rappresenta la generazione X del design. Dopo l'esperienza da art director di Bisazza (indimenticabili i suoi showroom di Berlino e New York), la sua carriera non si è più fermata, non solo collezionando collaborazioni con grandi marchi: Cappellini, Driade, Meritalia, Flaminia, Casamania, Stuart Weitzman, Lamborghini. Ma anche e sopratutto dando prova di design pensanti in tutti gli allestimenti realizzati in Italia e all'estero, non ultimo il nuovo il quartier generale della squadra del Milan, di cui ha ridisegnato anche il logo.
Architetto, Externa lascia il Salento e sbarca a Bari, una città che è tornata ad affidarsi ai grandi architetti e urbanisti, a cominciare dal rammendo delle periferie di Renzo Piano. C'è una nuova stagione?
«Bari è un po' il timone della Puglia. Se la Puglia si muove veloce, Bari lo fa ancora di più. Sta dando la direzione all'intera regione e io, da leccese, sono fiero del successo di Bari. Siccome ci sono persone intelligenti al comando, vengono fatte scelte intelligenti».
Uno degli obiettivi della fiera di quest'anno, che ospiterà grandi progettisti, è discutere il ruolo della cultura dell'architettura nelle scelte che condizionano le trasformazioni anche economiche dei territori. In che modo?
«L'architettura è l'attività più legata al corpo umano, alla la sua fisicità che il digitale spesso ci fa dimenticare. Ma come possiamo dimenticare i corpo quando gioiamo, quando abbiamo fame o vogliamo far l'amore. La fisicità è imprescindibile e l'architettura ce lo ricorda continuamente. Riferendosi ai nostri corpi è molto sensibile ai cambiamenti e alle variazioni sociali: funziona come un termometro. Brutte architetture sono spesso figlie di un brutto momento storico. A volte ci sono sognatori che riescono a tracciare la linea anche se il momento è buio. Ma è più difficile. Questa sorta di rinascita di un'architettura benfatta secondo me è frutto di un momento storico favorevole e gli architetti ne stanno cogliendo lo spirito. Anche da queste parti».
Come si forma la sensibilità all'architettura?
«È un discorso complesso. Ieri ero in auto sul litorale adriatico, da Ancora a Senigallia: spiagge bellissime ma anche tante architetture industriali abbandonate. Il panorama era bello ma la gente lo aveva abbandonato. Il Mezzogiorno spesso svuotato dalle attività industriali ha intere aree in abbandono e questo non può esistere. Occorre iniettare nel corpo urbano attività nuove».
In che modo?
«Lo dico da sempre: non bisogna più dare fondi a pioggia al Mezzogiorno ma detassarlo inducendo la gente a investire».

Il perno resta quindi il pubblico.
«È l'altra faccia, imprescindibile. Tutte le regioni a statuto speciale sono floride non perché si trovano al Nord ma perché sono a statuto speciale. La Puglia, così come la Basilicata, la Calabria, non hanno la stessa struttura della Lombardia o dell'Emilia. Per ambire davvero a un ruolo di ponte sul Mediterraneo e sfruttare la nostra unicità climatica e naturalistica a mio avviso occorrono detassazione e qualità nelle opere».
Come si promuove la qualità?
«Anzitutto con la cura. Lo stesso valore immobiliare al Sud è molto più basso, a volte anche ristrutturare è antieconomico. Occorrerebbe obbligare i proprietari dei beni a prendersene cura. Perché le cose, anche quando si tratta di grandi aree industriali, bisogna curarle. Altrimenti si crea degrado e fuga».
Una teoria delle finestre rotte applicata al territorio, insomma.
«Esattamente, perché l'architettura è un corpo vivo e bisogna prendersene cura nel tempo. Solo così è possibile garantire la durata e la qualità innescando meccanismi di crescita anche sociale».
Quello della cura e dell'appropriazione dei luoghi ha portato negli ultimi vent'anni a inserire la partecipazione nella progettazione pubblica. Lei cosa ne pensa?
«Il coinvolgimento della popolazione nelle decisioni che riguardano le città e gli spazi pubblici è certamente importante ma noto che spesso resta in un ambito specialistico. Capisco che sia complesso ma credo che la vera partecipazione debba essere allargata il più possibile. La partecipazione attiva alle dinamiche partecipate ha la potenzialità di riscattare le persone dall'apatia e dalla passività».
Torniamo alla Puglia, che ruolo sta avendo il turismo nella trasformazione del territorio?
«Su questo argomento rischio di essere tranchant. Per come sono distribuiti i fondi rischiamo di diventare degli affittacamere. Io credo che spingere troppo sulla riconversione in strutture ricettive rischi di farci diventare un luogo in affitto. L'eccezionale bellezza dei nostri luoghi non basta: serve un'anima. Sapete perché New York è il posto più bello del mondo? Perché i newyorkesi si sentono fichissimi a viverci. Il marcheting territoriale nasce dall'orgoglio. Ma non quello apparente e superficiale. Piuttosto da una vera consapevolezza che non può prescindere dalla cultura. Anche in Puglia esistono esempi meravigliosi di percorsi culturali, ma a mio avviso dovrebbero essere più coordinati e integrati».
Lei e Alessandro Melis sarete gli ospiti speciali di questa prima giornata. Di che parlerà durante la sua lezione?
«Di tutto, come sempre. La conversazione è come un albero che ha un tronco e tanti rami. Si sviluppa in un senso ma poi arriva un uccellino e ti porta altrove».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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