Il calore della grafia nell'era dei gelidi post

Il calore della grafia nell'era dei gelidi post
In principio era un graffito. La prima forma di scrittura dell'uomo era poco più di un segno sulla pietra. Ma già in quella rudimentale performance umana si potevano scorgere le differenze tra come e perché si graffiava una superficie, e volendo quindi si poteva anche risalire al tipo di mano responsabile di questa azione.
Si dovette però aspettare molto molto tempo per veder arrivare dei veri segni grafici poggiati su una superficie adeguata, e ancora dopo si cominciò a parlare di scrittura. Sin da subito diventò un prolungamento della personalità di un uomo, un'emanazione della sua geografia interiore e ormai, arrivati ai giorni nostri, è diventato un vero specchio dell'interiorità di un individuo: una nudità esposta anche senza volerlo, come l'andatura o il modo di parlare.
Poi però, come ad interrompere questo flusso incredibile di scambi di fogli scritti a mano, si è costruito un grande muro fatto di sms, mail, scritture da tastiera che appiattiscono ogni eccezionalità di una grafia. Ed è stata una rivoluzione del buio, senza volti e senza pelle. Volati via i fogli con l'impronta e l'odore di chi li ha scritti, un'asettica manifestazione del pensiero su word o app per smartphone ha spazzato via ogni brandello di contatto umano rimasto legato alla scrittura. Dopo la penna il nulla, niente fisicità per un mondo che tende all'astrattezza, o meglio alla virtualità di ogni cosa. Eppure la resistenza non è mai finita, la penna è sempre lì e c'è chi non si arrende alle lettere virtuali tutte uguali. Brava gente, un po' la stessa che non si arrende a e-book e vari supporti virtuali di scrittura: comodissimi, praticissimi, ma niente a che vedere col nostro vecchio libro che si sporca con il passaggio nelle nostre vite, che ci ricorda stagioni dimenticate e di noi solo a riprenderlo in mano.
La bellezza del segno. Elogio della scrittura a mano (Laterza; 14 euro) di Francesca Biasetton è un pertinente testo che invita a riflettere sull'importanza che ancora oggi può avere la scrittura a mano, sempre più perdente rispetto alla più veloce da tastiera.
Basterebbe pensare alla propria firma, una delle prime cose che impara un bambino a scrivere è il proprio nome. Quanto è diverso, già dai primi anni in cui si impara ad usare la penna, un autografo rispetto ad un altro? E quanto invece risulta uno uguale all'altro un nome digitato su una tastiera? Non cambia niente quando la forma delle lettere è la stessa: il nome in sé non dice molto di più su di noi.
Potrebbe sembrare un falso problema a chi predica che l'importante è la sostanza, il contenuto di un pensiero e non come lo si incarta: invece si parla proprio di contenuto quando si parla di grafia. È il classico esempio in cui il mezzo di comunicazione è già la comunicazione stessa, per fare una nota citazione usata per i media. Racconta dello scrivente la sua grafia più di quello che lui stesso dice o vuole dire.
Basta già una firma a parlare, a confermare, a suggellare qualcosa: oggi è ancora richiesta, ad esempio, in calce ad un libro se si incontra lo scrittore. O su un cd se si incontra un cantante. Il firmacopie è infatti una realtà tipica della contemporaneità. L'autografo certifica il nostro contatto di cui rimane traccia, prezioso bottino vincolato al suo supporto: libro disco o improvvisato frammento di carta scrive la calligrafa autrice del libro.
Non sarebbe la stessa cosa se uno scrittore mandasse un sms al suo lettore, se digitasse il suo nome e lo stampasse, sia pur con un finto carattere corsivo. Eppure la studiosa ha appurato che le nuove generazioni non avvertono facilmente l'enorme differenza tra le due cose. Come spiegarlo a chi si sta ormai disabituando a tenere la penna in mano perché troppo presto comincia a preferirle una tastiera? Scrivere a mano rischia di apparire sempre più un esercizio obsoleto, anacronistico e addirittura inutile.
Ma tutta la fisicità passionale che raccoglie un biglietto scelto e scritto a mano proprio per noi, con le impronte di chi ce lo ha mandato, con la percezione tattile che lo abbia posseduto tra le sue mani, con una forma a noi dedicata che disegna il suo ritratto, ecc ecc, non può essere del tutto sostituito da un gesto immateriale, ripetibile infinite volte allo stesso identico modo.
La scrittura a mano ci racconta, e racconta quello che abbiamo intorno. Nel libro c'è l'esempio del grande catalogo lasciato all'ingresso di una mostra che raccoglie le firme e i commenti dei visitatori e che finisce per rivelare com'è andata la mostra stessa. Ogni pagina è un groviglio, un alternarsi di scritture diverse scrive Biasetton, anche presidente dell'Associazione calligrafica italiana, riferendosi ai libroni delle esposizioni. Ma in fondo quelle grandi pagine bianche che vengono vergate da mani diverse danno contezza della qualità dei visitatori, del loro entusiasmo o della loro compostezza. Se ci fosse un word aperto su un computer gli stessi contenuti avrebbero un sapore asettico e molti nomi e cognomi, magari più leggibili, non direbbero nulla più di quello. Né l'età, né l'estrazione, né la gioia.
Quando vi dedicate alla scrittura cercate di essere consapevoli dello spazio che vi circonda, osservate il luogo in cui vi trovate e il foglio di carta davanti a voi. Tutto questo spazio, dentro e intorno a voi, non è vuoto, ma semplicemente in attesa. Lasciate che le emozioni si diffondano lungo il braccio fino ad arrivare al cuore. Il pennino, la mano, il braccio e il cuore diventeranno una cosa sola: il calligrafo Ewan Clayton spiega così come può esserci una simbiosi tra i moti del corpo e del pensiero.
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Lunedì 12 Novembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 21:50