Camorra a Napoli, il killer confessa: «Sì, ho ucciso nove volte: chiedo scusa, mi dissocio»

Lunedì 27 Luglio 2020 di Leandro Del Gaudio

Chiede scusa a tutti e confessa. Fa un po’ di conti e ammette di aver premuto il grilletto svariate volte, di aver fatto fuoco e ammazzato: «Ho ucciso nove volte, confesso, chiedo scusa a tutti e mi dissocio». Ammette le colpe, anche quelle che non erano state scoperte dalla Dda, tanto da confessare un delitto in più rispetto agli otto per i quali è finito sotto inchiesta. Copione pulp - anche se già visto negli ultimi tempi nelle aule di giustizia napoletane -, quello firmato da Fabio Magnetti, boss e killer della Vinella grassi. Gup Di Palma, siamo a porte chiuse, prende la parola e confessa. Si accusa, ma non chiama in causa altri affiliati, tranne quelli che sullo stesso punto hanno già assicurato confessioni individuali. Strategie geometriche, opportunistiche, che puntano a non tagliare i ponti con il clan, che non svelano fatti nuovi, nel tentativo di portare a casa benefici. Quali? Una condanna a 30 anni invece dell’ergastolo; il passaggio dal carcere duro al regime ordinario. Ma torniamo in aula. Imputato per il duplice omicidio Parisi-Ferraro, messo alle strette dalle indagini della Dda (pm Maurizio De Marco e Vincenza Marra), Magnetti dà inizio alla sua confessione. Dice di aver guidato l’auto. Faceva parte del commando, ma non è toccato a lui premere il grilletto, fare tum tum, come invece avvenuto in altre occasioni. Quali? C’è un duplice delitto su cui Fabio Magnetti si sofferma: quello di Raffaele Stanchi, il cassiere degli scissionisti (vantava entrature nel mondo dello spettacolo e del calcio che conta) e del suo braccio destro Luigi Montò. Ha spiegato Magnetti: «Il nostro compito era di interrogare Lello “bastone”, dovevamo solo sequestrarlo e chiedergli dei soldi della droga. Punto». Poi casa accadde? «Presi la pistola e li uccisi. Così, a sangue freddo, tanto che anche i miei complici rimasero sorpresi. Lo feci per vendetta, perché pensai a mio fratello Luigi Magnetti che era stato ammazzato tempo prima. A volte mi descrivono come un boss, uno dei capi della Vinella grassi, quelli dei girati, ma le cose non stanno in questo modo. Ho iniziato ad uccidere solo per vendicare mio fratello. E chiunque mi capitasse a tiro, che poteva in qualche modo centrare con la morte di mio fratello, faceva questa fine». 
 


Trenta gennaio del 2012, Mianella, siamo all’esterno della casa degli Accurso, ci sono anche altri capi della Vinella grassi: i corpi di Stanchi e Montò furono trovati carbonizzati all’interno di un’auto, era l’inizio della faida dei «girati» contro gli scissionisti. Guerre per la droga, in cui i cattivi ragazzi di via della Vinella grassi svolgono un ruolo da protagonisti, come hanno messo in luce le più recenti indagini della Dda di Napoli. Da killer al soldo di Cosimo Di Lauro (nell’ormai lontano 2004), ad alleati degli scissionisti, per poi diventare autonomi, sempre a colpi di morti ammazzati. Fino a farsi manager, imprenditori, come emerge dalle aziende sequestrate due mesi fa al boss Antonio Mennetta. Siamo in piena era covid, quando viene firmato il blitz contro una serie di società che si occupano di pulizia e di sanificazione. Per gli inquirenti non ci sono dubbi: i cattivi ragazzi dal grilletto facile sono diventati manager, si sono dati agli affari. Hanno piazzato nullatenenti a gestire aziende in grado di controllare la sanificazione di interi lotti di condomini, fiutando l’affare imposto dalla pandemia. Aziende e prestanome, una cassaforte che oggi è nelle mani della Procura, che punta a chiudere i conti con il riciclaggio: la strada che porta dai proiettili esplosi in bocca al rivale di turno, per il controllo della droga, fino alle barche ormeggiate a Pozzuoli, grazie alle aziende sbocciate all’ombra del covid 19.  

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