Vaticano, lo scandalo immobili a Londra si complica dopo la perquisizione a monsignor Perlasca

Mercoledì 19 Febbraio 2020 di Franca Giansoldati
foto Vatican Media

Città del Vaticano - La perquisizione anche stavolta è stata autorizzata dal Pontefice esattamente come aveva fatto per i 5 impiegati finiti alla gogna ad ottobre. «Il provvedimento, assunto nell'ambito dell'inchiesta sugli investimenti finanziari e nel settore immobiliare della Segreteria di Stato, eda ricollegarsi, pur nel rispetto del principio della presunzione di innocenza, a quanto emerso dai primi interrogatori dei funzionari indagati e a suo tempo sospesi dal servizio» ha informato il Vaticano.

Ieri mattina monsignor Alberto Perlasca, un prete comasco molto schivo e di poche parole che vive a Santa Marta e che non ha mai ostentato stili di vita sopra le righe, ha consegnato tutto quello che aveva nelle mani dei gendarmi e gli hanno bloccato il conto allo Ior. Laureato in giurisprudenza alla Cattolica prima di farsi prete, ha diretto dai tempi di Papa Ratzinger l'ufficio nella Prima Sezione dove si effettuano investimenti e si controllano le rendite del tanto discusso Obolo di San Pietro e dei fondi di pertinenza della Segreteria, un tesoretto dell'ammontare di qualche centinaio di milioni di euro che serve allo Stato per il suo funzionamento. Da agosto Perlasca non lavora più lì. Da tempo voleva essere spostato e il Papa lo ha mandato a fare il giudice della Segnatura, una sorta di Corte Suprema, un luogo che ha spesso definito pieno di scartoffie. In realtà una specie di cimitero degli elefanti.

L'ex capo amministrativo della Segreteria di Stato si può quindi considerare uno dei principali testimoni dei passaggi interni relativi all'acquisto dell'ormai famoso immobile londinese, un edificio sul quale è stato fatto un investimento definito dal Papa opaco ma che, a Brexit consumata, vale esattamente il triplo del suo valore, come ha affermato anche due giorni fa il cardinale Angelo Becciu, durante la presentazione di un libro sugli ultimi conclavi, scritto da Francesco Grana. «Oggi quell'immobile tutti ce lo invidiano». Man mano che l'inchiesta sull'edificio londinese si stringe, affiora parallelo un garbuglio istituzionale che conduce direttamente a Santa Marta. Forse è anche per questo che si cerca una composizione veloce per arrivare a definire il ruolo di alcuni personaggi esterni che, tra un passaggio e l'altro, avrebbero tratto benefici.

Sicuramente il nodo che presenta maggiori ambiguità è quello che ha visto nel 2018 - l'ingresso nell'operazione di Londra Gianluigi Torzi, un broker molisano fino a quel momento sconosciuto in curia. Venne introdotto da un amico del pontefice, Giuseppe Maria Milanese, presidente di una cooperativa sanitaria, l'Osa.

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Milanese - in virtù della sua vicinanza al pontefice ebbe subito spalancate tante porte aperte. In pratica fu lui a presentare Torzi al funzionario della Segreteria di Stato, Tirabassi. In quel periodo il Vaticano stava cercando di trovare una soluzione alla uscita di Raffaele Mincione dopo i durissimi scontri per come questo finanziere d'assalto utilizzava le risorse con speculazioni non concordate (Carige, Retelit, Bpm).

È a questo punto che Milanese propone come intermediario il broker molisano per l'acquisto del palazzo. Il suggerimento di fare entrare Torzi nella operazione non fu messo in discussione perché tutti sapevano che a proporlo era una persona di fiducia del Pontefice. Così Milanese accompagnò a Londra Torzi per una serie di riunioni, assieme all'avvocato Intendente della Ernst & Young. Fu redatta una bozza e nel 2018 venne firmato un accordo ma a questo punto cominciarono a non quadrare un po' di cose.

Era sfavorevole al Vaticano, fu costretto a pagargli quasi 10 milioni di euro, altri 44 per liquidare il fondo e almeno 2 per consulenze. In Vaticano esisterebbero note vergate e autorizzate per ogni passaggio. Naturalmente il cardinale Parolin era a conoscenza di tutto tanto che su un paio di documenti lui stesso siglò a margine: «sembra una buona operazione». Meno male che poi è arrivata la Brexit a far salire la quotazione del palazzo.

Una versione però che viene rivista radicalmente da Giuseppe Milanese, il presidente della cooperativa, il quale fa sapere di «non avere mai presentato Torzi in Vaticano e di non essere mai andato a Londra» per redigere la bozza dell'accordo per chiudere la partita dell'ormai famoso immobile di Sloan Avenue. «Qualcuno evidentemente, in questa fase, ha interesse a fare in modo che la grande operazione di pulizia che è in corso in Vaticano non venga fatta».
 

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