L'avvocato Cervellera: ecco perché non potevo difendere quel padre che ha gettato la figlia dal balcone

L'avvocato Nicola Cervellera
Cinquantatré anni, sposato, padre di un figlio ancora piccolo e laurea in giurisprudenza, conseguita all’Università di Bari, incorniciata e appesa al muro dietro la scrivania del suo ufficio.
Nicola Cervellera, tarantino, è l’avvocato che si è rifiutato di difendere l’uomo che si è macchiato le mani di un delitto disumano. Garantendogli comunque assistenza nell’udienza di convalida dell’arresto che si è tenuta ieri mattina, il penalista si è poi avvalso della facoltà di ogni avvocato di rinunciare al mandato di difesa.
Una scelta sofferta ma molto decisa quella del professionista confidata a Quotidiano già alla vigilia dell’interrogatorio di garanzia, quando aveva già deciso che non avrebbe difeso l’uomo accusato di reati così gravi, come il tentato omicidio nei confronti dei propri figli minorenni.
Inconsapevolmente quindi è diventato il personaggio positivo di questa bruttissima storia di genitori che si trasformano in mostri. Una vicenda che ha impressionato l’opinione pubblica perché tocca e violenta il concetto stesso di famiglia. Un avvocato che si rifiuta di difendere un indagato.
Una decisione non frequente, immagino molto ponderata e sofferta.
«È proprio così. In questi giorni ho riflettuto tanto sulla vicenda interrogandomi più volte in considerazione dell’efferata azione criminosa posta in essere dall’indagato in danno dei propri figli minori».
In effetti delitti non comuni, di quelli che toccano le coscienze di chi deve per professione trovare una giustificazione in quei gesti. Tutto diventa ancora più difficile. Solo ragioni professionali, quindi?
«Assolutamente no. Anzi, sono soprattutto ragioni morali e personali che mi portano a dover rinunciare al mio mandato difensivo che non potrei svolgere con equilibrio e con la dovuta serenità».
Qualcuno potrebbe obiettare anteponendo a questo il diritto di ogni indagato ad essere difeso.
«La rinuncia al mandato è un diritto dell’avvocato e in questa drammatica vicenda ho avvertito l’urgente necessità di esercitare questo mio diritto».
Questa sua scelta ha suscitato interesse nell’opinione pubblica ed ha alimentato un accesissimo dibattito sui social. Anche sua moglie si è spesa in sua difesa con un post su Facebook in cui traspare orgoglio per quello che ha fatto. In effetti, tranne pochissime eccezioni, tutti sono solidali con la sua decisione.
«Sì, ho letto qualcosa. Effettivamente ho riscontrato che solo un collega ha espresso dubbi sulla mia scelta. C’è da dire però che si tratta di un civilista a cui risponderò personalmente spiegando le mie ragioni. Credo che per esprimere giudizi su questioni simili bisogna prima passarci e viverle personalmente. Non potevo davvero accettare un caso simile, ho un figlio di sette anni, quasi quanto quella povera bambina, pertanto non avrei potuto lavorare serenamente. Meglio così».
 
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Giovedì 11 Ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento: 12:25