Gli indifferenti, il capolavoro di Moravia 90 anni dopo

Sabato 14 Novembre 2020 di Giorgia SALICANDRO


«Quando non si è sinceri bisogna fingere, a forza di fingere si finisce per credere; questo è il principio di ogni fede». Lo scriveva Alberto Moravia ne Gli indifferenti, il suo primo romanzo, che nel 1929 lo consacrò poco più che ventenne al mondo della letteratura che conta. Ci sono 90 anni di storia tra il libro e il film omonimo firmato da Leonardo Guerra Seràgnoli e scritto a quattro mani con lo sceneggiatore e regista leccese Alessandro Valenti.
Dal 24 novembre il film sarà disponibile on demand sulle principali piattaforme, come esigono questi tempi di pandemia e confinamento. Nel cast, interpreti pruripremiati come Valeria Bruni Tedeschi, Edoardo Pesce, Giovanna Mezzogiorno. La principale novità di questo lavoro è però che la lunga distanza temporale con l'opera originale si azzera, grazie a un adattamento audace che ambienta ai nostri giorni le vicende della sgangherata famiglia altoborghese romana.
Sarà che la storia procede per corsi e ricorsi come sosteneva Giambattista Vico, ma il salto temporale non è in questo caso un'attualizzazione fine a se stessa, ma anzi un'operazione fatta per restituire in modo più diretto il nucleo critico posto da Moravia ai suoi lettori del 1929.
«Oggi, come allora, viviamo in un'epoca in cui non riusciamo a vedere e capire che cosa ci aspetta, anche se ci è chiaro che siamo a un punto di svolta - commenta lo sceneggiatore Valenti - e come allora pretendiamo di avere risposte semplici a domande complesse, basti guardare a ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi. Quelli erano gli anni del fascismo, oggi è il trionfo del neo liberismo che mangia e distrugge dall'interno le vite delle persone. Ci interessava il racconto di una categoria sociale che si trova devastata dal punto di vista economico ma non ha gli strumenti per poter elaborare la situazione che sta vivendo, e questo è un fatto d'attualità: oggi la Caritas ci parla di una nuova povertà diffusa che non appartiene solo alle categorie considerate deboli. La borghesia si ritrova in una situazione che non pensava potesse mai verificarsi, la crisi è una violenta intromissione, un terremoto che devasta le vite di tutti. Anche i personaggi del film si comportano come se non ci fosse una crisi, perché non sanno come affrontarla».
A Leo (Edoardo Pesce), nuovo compagno della vedova Mariagrazia (Valeria Bruni Tedeschi), è affidata la figura dell'arrivista che erode dall'interno la famiglia al centro della storia. Altra figura che minaccia il precario equilibrio familiare è Lisa (Giovanna Mezzogiorno), un'amica che subisce la gelosia di Mariagrazia ma che in realtà intreccia una relazione con il figlio Michele (Vincenzo Crea). Carla, invece (Beatrice Grannò), l'altra figlia, è circuita da Leo. Il tutto, tra debiti crescenti e l'ansia di perdere uno status sociale. Storie di miserie e meschinità quotidiane, di strategie cucite lucidamente sulla pelle dei sentimenti, legami come messe in scena, finzioni «a cui si finisce per credere», o nemmeno ci si crede, fermandosi sulla soglia del palcoscenico domestico, in un limbo di impenetrabilità in cui ciò che conta è la gestione degli interessi, la resistenza nel gioco di forza, non c'è posto per ulteriori domande.
Tutta la trama resta sostanzialmente fedele all'originale, ma si concede un'importante deroga nel finale, affidando a Carla, la donna più giovane, un ruolo risolutore diverso dal libro, ricreando un personaggio che sta dentro la contemporaneità e che mette in discussione l'altro, quello di Mariagrazia, la quale invece introietta totalmente la soggezione psicologica alla figura maschile tipica del patriarcato (pure questa tuttavia, nostro malgrado, molto credibile).
«Abbiamo mantenuto l'essenza, ma portando avanti un'operazione radicale - continua Valenti - si pensi ai dialoghi: non ce n'è uno che sia uguale al libro. Eppure, il nostro punto di vista è stato accettato dalla moglie dello scrittore, Carmen Llera, a cui spetta l'ultima parola su ciò che riguarda le opere di Moravia. Il nostro è stato più che altro un dialogo con un grande autore del Novecento, a cui ci siamo rivolti per cercare di decifrare la contemporaneità».
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