Covid, allarme del presidente dei rianimatori: «In terapia intensiva i posti ci sono, ma non abbiamo i medici per curare i pazienti»

Sabato 12 Settembre 2020 di Graziella Melina
Covid, allarme del presidente dei rianimatori: «In terapia intensiva i posti ci sono, ma non abbiamo i medici per curare i pazienti»

Il numero dei malati di Covid in terapia intensiva comincia a preoccupare. Ieri si è arrivati a 164, 14 in più rispetto al giorno prima. Molte strutture ospedaliere in questi mesi hanno incrementato il numero dei posti letti, ma c’è ancora carenza di personale. «Al momento - mette in guardia Alessandro Vergallo, presidente dell’Aaroi-Emac, l’Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani Emergenza Area Critica (Aaroi-Emac) - su circa un totale di 18mila specialisti ne mancano ancora altri tremila in servizio sia nel pubblico che nel privato». 

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In vista di un possibile rialzo dei casi, il piano del ministero della Salute prevede tra l’altro 4 strutture di terapie intensive mobili, da 75 posti ciascuna. Pensa basteranno?
“Per quanto riguarda i posti di terapia intensiva stabili, sicuramente nelle regioni del Nord, ma anche al Sud a Napoli, Bari e Palermo, per esempio, si è provveduto alla implementazione. I centri che in qualche maniera possono essere ideati come mobili riteniamo che possano essere utili nel momento in cui si andassero a verificare dei focolai in determinate zone e ci fosse necessità di terapie intensive in una specifica area”. 

La situazione al momento è sotto controllo?
“Salvo alcune situazioni, come quella che riguarda in particolare la Sardegna, dove è stato lanciato l’allarme sulla saturazione dei posti dell’ospedale di Cagliari, al momento in linea di massima quasi ovunque siamo in grado di fronteggiare i casi di Covid”.

E la questione della carenza del personale è stata risolta?
“Una mossa a medio lungo termine è stata fatta aumentando i posti di specialità, ma è un risultato che noi avremo in cinque anni, cioè al termine della specializzazione avvenuta. Nel frattempo, è intervenuto il decreto del 9 marzo, che ha permesso l’assunzione straordinaria dei colleghi specializzandi agli ultimi due anni, e questo ha comportato un’immissione in servizio di circa mille colleghi. Ma al momento attuale le carenze sono ancora di tremila specialisti”. 

In Italia la situazione è migliore rispetto agli altri Paesi?
“In realtà, non essendoci una netta categorizzazione delle rianimazioni così come le intendiamo in Italia con il nostro alto livello di cura, è chiaro che altrove la situazione può sembrare meno allarmante. In realtà, gli altri Paesi europei sono messi peggio sia in relazione all’aumento dei nuovi contagi, sia all’esigenza dei posti letto dove vengono praticate cure avanzate come terapie intensive”.

Oggi un paziente Covid in terapia intensiva riuscite a curarlo meglio? 
“Sotto il profilo tecnico professionale sicuramente sì, perché abbiamo conoscenze e strumenti conoscitivi in più che ci aiutano nella diagnosi, e ci consentono di sapere quali farmaci sono efficaci nel trattare i sintomi. Anche se purtroppo ancora non esiste una terapia specifica, sappiamo quali terapie sono più utili nel sostenere le funzioni vitali colpite dal coronavirus”.

Il virus è pericoloso come prima?
“I casi in terapia intensiva oggi non sono meno gravi in sé, cambia però il risultato perché risentono di una diagnosi molto più precoce e di strategie terapeutiche più affinate”.
 

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