La scuola e la ripartenza nel caos: il patrimonio disperso della didattica a distanza

Venerdì 28 Agosto 2020 di Rosario TORNESELLO
Per carità, magari molte delle cose che qui verranno valutate e scritte sono già state analizzate e bocciate. A volte, tuttavia, e considerato l’ambito, repetita iuvant. Il fatto è che sulla scuola si rischia una di quelle catastrofi, si spera non necessariamente sanitarie, da passare alla storia. E tanto pur in un periodo come questo – segnato dal Covid – che di motivi per marcare a lungo di sé le vicende umane e il loro racconto ne ha, e anche troppi. La Puglia, per tenersi larga, ha deciso di far riaprire i battenti dopo la tornata elettorale, il 24 settembre. Scelta alquanto opinabile, e variamente interpretabile, che al momento non ha agevolato in alcun modo una qualsivoglia forma di soluzione. E alle proposte di deroga rispetto alle direttive nazionali deve aver fatto velo la figuraccia rimediata da queste parti con le aperture concesse alle discoteche secondo una bislacca interpretazione dei pericoli sulle piste da ballo. Altra storia, per quanto affine.

Il fatto – si diceva – è che a pochi giorni dall’avvio del nuovo anno scolastico l’impressione è di essere al punto di partenza. Impensabile sdoppiare le classi, per l’impossibilità di raddoppiare spazi e personale (ma davvero qualcuno pensava di poter reperire al volo migliaia di nuove sedi? con quali fondi? e con quali livelli di sicurezza e responsabilità, considerati i profili di irregolarità per buona parte dei plessi già in funzione? Per non parlare dell’immissione in ruolo di vagonate di nuovi docenti: quando, quali, con quale preparazione, destinati a chi e per quanto tempo?).

La stessa idea di ricalibrare le distanze con l’acquisto di banchi monoposto rasenta il ridicolo, senza voler indugiare su cattivi pensieri: la gran parte delle aule, almeno da queste parti, ha già banchi monoposto, piantati su quattro gambe, di certo più adatti a controllare le distanze se il parametro rimane quello del metro dalle “rime buccali”, espressione ammantata di notevole lirismo giacché “da bocca a bocca” deve essere sembrata allarmante per il sinistro rimando a pratiche salvavita. Dei banchi monoposto con superfetazione di rotelle quasi inutile parlare: chiunque abbia un minimo di esperienza, o vaghi ricordi delle proprie scorribande, non faticherà a immaginare i circuiti da Formula Uno improvvisati a ogni cambio d’ora (più gran premio all’intervallo), con ricadute dirette sui paventati assembramenti, per non dire della difficoltà a trovarvi alloggio e conforto quando, salutata l’infanzia, l’adolescenza regala sorprese volumetriche all’espansione corporea e alle effervescenze ormonali.

Sulle altre misure si potrebbe a lungo disquisire: il medico in ogni plesso è poesia; il controllo con termoscanner agli ingressi, invece, è fantasia. Tutti in fila con il sole o con la pioggia a misurar la temperatura: con mille studenti e unico accesso, coda chilometrica; per più ingressi, altrettanti puntatori e personale. Vabbè. Per non dire del valzer di opinioni sullo screening con termometro: a casa, a scuola, strada facendo... Tutti multiformi tentativi di arginare a valle ciò che andrebbe controllato a monte, prima che una massa di ragazzi si metta in moto ogni mattina dopo colazione. Non fosse altro che per un motivo molto semplice e facilmente rilevabile: la rete dei trasporti pubblici è un disastro. Non è stata mai un gingillo; l’emergenza acuisce i giudizi impietosi.

Come muoversi? Pare che per quindici minuti si possa stare accalcati in bus come se nulla fosse; allo scoccare del sedicesimo il pericolo contagio irrompe sulla scena e amen. Ridisegnare i tragitti in virtù delle distanze percorse dai ragazzi avrebbe chiesto programmazione, e questo è il Paese dell’improvvisazione. Niente. Piuttosto che ipotizzare acquisti di suppellettili inutili o adeguamenti di strutture malmesse, si sarebbe potuto censire il parco mezzi a disposizione del territorio tra navette bottinatrici a servizio dei locali notturni e torpedoni di aziende private, considerato lo scarso utilizzo in tempi di magra una volta finita l’estate e la sosta forzata per lo stop a gite e viaggi organizzati. Incentivi mirati avrebbero prodotto i risultati sperati. E i contributi per monopattini e bici (magari estesi anche ai centri minori) sarebbero stati la sponda migliore.

Ultimo ma non ultimo, il quesito principale: che fine ha fatto la didattica a distanza? dov’è terminata quella mole enorme di competenze insufflate a forza più nel corpo docente che nella schiera dei ragazzi, meglio avvezza a smanettare con pc, tablet e smartphone? Perché non implementare, completare e perfezionare – colmando lacune soggettive e oggettive, familiari e personali - una digitalizzazione imposta dall’oggi al domani da un’emergenza che a fine inverno ci ha costretti tutti a casa? Perché eliminare tout court questo capitolo strategico, ora di fatto completamente ignorato e accantonato? Quel percorso - al di fuori della contingenza - avrebbe potuto agire su più fronti e in simultanea: decongestionando le classi (un gruppo di studenti, a rotazione, a casa) e, con esse, i trasporti; abbattendo il rischio di contatti e contagi; accelerando il processo di innovazione del Paese, con benefici a breve, media e lunga scadenza. Non ultimo, avrebbe messo al riparo da accidenti collaterali, ma non per questo minori: influenza? stai a casa e segui le lezioni a distanza; bomba d’acqua, neve, frane e imprevisti vari? tutti al riparo e didattica on line; nuova probabile, probabilissima, pandemia? pronti e attrezzati, il mondo va avanti. Quanti risparmi? E quanta sicurezza in più?

Nulla di tutto questo: la miglior prova data collettivamente dagli italiani, dopo quella delle strutture sanitarie, riposta in cantina e lì lasciata marcire. Semplicemente come se niente fosse mai accaduto. Zero. E questo in favore di un’idea vetusta - ormai superata alla luce dei fatti - di attività da svolgere sempre e comunque in presenza. Potenziare le scuole, balbettanti in informatica e telematica; supportare le famiglie, spesso lasciate sole; formare gli insegnanti, maltrattati e dimenticati: tutto questo avrebbe potuto produrre un decisivo balzo in avanti a beneficio dell’intero Paese, in evidente ritardo rispetto ad altri quanto a competenze, tecnologia e innovazione. Abbiamo perso una grande occasione, diciamocelo con franchezza. E così siamo ancora qui, a disquisire di rime buccali, banchi monoposto e lezioni al cinema, in sale chiuse, buie e ovattate. Il futuro può attendere, alla fermata del bus. 

  Ultimo aggiornamento: 16:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA