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La forza della letteratura oltre le denunce: mostrare la differenza tra essere e apparire

di Antonio ERRICO
5 Minuti di Lettura
Domenica 6 Giugno 2021, 05:00

Si crede in qualcosa, comunque, sempre. Si crede in modo convinto, senza ombra di dubbio, con lucido pensiero, entusiasmo, sentimento. Si crede in qualcosa e si ha la certezza che in quella cosa si crederà per sempre, che non sarà mai possibile la rinuncia, la riconsiderazione, il ripensamento.

Anche perché spesso quello in cui si crede viene da lontano, dalle profondità della propria storia, da quella della gente e della terra alle quali si appartiene, viene da una conformazione della mente, dalle esperienze che si sono fatte, dalle conoscenze che sono maturate, viene anche da qualche piacere, da qualche dispiacere.

Poi qualche volta può anche accadere che a quella cosa si smetta di credere. Che ci si imponga di smettere. Che si finga di aver smesso.

Lo sguardo in avanti

Io lo sapevo che lui stava fingendo mentre mi diceva di aver smesso di credere nella letteratura del Salento, ai suoi nomi, i suoi riti, i suoi miti, a tutte le invenzioni di significati, a tutte le illusioni sulle prospettive culturali, a tutte le metafore azzardate. Ai suoi incantesimi. Io lo sapevo che stava fingendo mentre mi diceva che bisogna dimenticare, che adesso è tempo di dimenticare, o almeno di smettere di parlare – ancora e ancora – di Vittore Fiore e Vittorio Bodini, di Rina Durante e di Vittorio Pagano, che bisogna smettere di parlare – ancora e ancora - di Antonio Verri e Salvatore Toma, di Claudia Ruggeri e Aldo De Jaco, e di tutti quegli altri di cui si continua a parlare, ancora e ancora. Che anche di Edoardo De Candia bisogna smettere di parlare. Adesso è tempo di smettere. Adesso è tempo di scagliare lo sguardo avanti, in lontananza.

Cerco di dire che è proprio questo che loro hanno fatto: hanno scagliato lo sguardo avanti, in lontananza, hanno visto cinquant’anni fa, trent’anni fa, quello che noi vediamo adesso. Cerco di dire ma m’interrompe. Dice che è con i miei occhi che devo guardare, non con quelli degli altri.

Io lo sapevo che stava fingendo, e mi chiedevo quale fosse il motivo di quella finzione. Pensavo alla stanchezza. Forse a volte ci si stanca di credere nelle stesse cose. Pensavo alla delusione. A volte può sopraggiungere la delusione per le cose in cui si è creduto. Ma ero sicuro che stesse fingendo.

Quasi che quello che stavo pensando trasparisse dalla mia espressione, mi ha detto che non stava affatto fingendo, che non stava fingendo per niente.

Sai, ha detto, ho sessant’anni, anzi ho qualche giorno in più di sessant’anni, e per molto tempo, per troppo tempo, ho creduto che potesse essere la letteratura a cambiare le cose da queste parti. Ma se le cose sono cambiate non è stata la letteratura a cambiarle. E’ stato per tutto il resto, ma non la letteratura.

Io lo sapevo che stava fingendo.

Sai che cosa ho fatto più o meno un anno fa, mi chiede. Ecco, ho fatto così: all’ora di chiusura di un supermercato mi sono procurato tre scatoloni di cartone e ci ho messo dentro tutti i libri, tutta la poesia e tutta la narrativa che è stata scritta da queste parti in quarant’anni. L’ho messa tutta negli scatoloni e l’ho data ad un ragazzo. Forse ho sbagliato a darla a quel ragazzo perché non vorrei che ci credesse come ci ho creduto io, per tanto tempo. Troppo. Davvero non vorrei. Però prima di metterli negli scatoloni, ho strappato le pagine dove c’erano scritte le dediche. Quelle le conservo, ancora per un poco.

La conferma della finzione

Io lo sapevo che stava fingendo. So che quei libri li ha raccolti con amore. Li ha letti con amore. Li ha custoditi con amore. Lo sapevo che stava fingendo, e mi ripetevo che forse era stanchezza, forse era delusione.

A volte può anche accadere che si avverta stanchezza, oppure delusione, per le cose in cui si crede.

Poi ho avuto la conferma che stesse fingendo quando salutandomi mi ha riportato a memoria questi versi di Vittorio Bodini: “Poesia, struggenti inchieste / sulla verità dell’essere, / scegliemmo la tua scorciatoia. / Non ci ha portati lontano,/no davvero. Sì, qualche volta l’ebbrezza/d’essere vicini a qualcosa/ ma in che rari momenti/e a che prezzo/d’insofferenze, di rotture/d’ogni più delicata trama d’affetti”.

A quel punto ho capito. Dalla letteratura di questa terra, in cui ha creduto, in cui ancora crede fingendo di non crederci, avrebbe preteso di più: forse una comprensione più profonda delle storie; forse una risposta più forte ai desideri della sua esistenza; forse anche un risarcimento per qualche sofferenza. Non gli è bastata l’ebbrezza di essere vicino a qualcosa di essenziale, qualche volta. Però, anche se non lo dice, lui sa perfettamente che la letteratura di questa terra, quelle parole in cui ha creduto e in cui ancora crede gli hanno dato la sensibilità appassionata, affiorante, intensa, che dimostra. Gli hanno dato la capacità di distinguere la sostanza delle cose dalle loro apparenze, quello che conta davvero da quello che non conta niente. Da quella letteratura ha avuto in dono il privilegio di sognare ad occhi aperti, per tutti gli anni in cui ci ha creduto, per tutti quelli in cui continuerà a crederci. Inevitabilmente.

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