Giustizia: la quarta emergenza da non dimenticare

Domenica 31 Gennaio 2021 di Rosario TORNESELLO

La parola nuova è credibilità, e già questo dice molte cose. Proposta, offerta o auspicata per chiudere la stagione inaudita degli scandali e aprire a una profonda riflessione su quanto è stato e quanto dovrebbe essere, spiega invece molto - presentata così, quasi fosse originale - del suo opposto, della profonda crisi di una professione che rasenta la missione se non fosse per quel tanto di distacco che prudenza e coscienza consigliano. Per la magistratura non è un bel momento, è evidente.

La parola ricorre dal centro alla periferia, dalla Cassazione alle Corti d’appello distribuite lungo lo Stivale. Non ha neppure bisogno di essere pronunciata a mezza voce, non più, almeno, perché rimbalza dai discorsi ufficiali, dalle relazioni redatte con dovizia di dati e particolari, dagli interventi sintetizzati perché la pandemia aumenta le distanze ma contrae il tempo e più di tanto non si può dire, oltre non si può andare neanche nelle cerimonie ufficiali. Tuttavia il tema emerge al di là delle restrizioni del cronometro: credibilità. Così stavolta l’inaugurazione del nuovo anno nei luoghi solenni della giurisdizione non è l’occasione consueta per resoconti e bilanci intorno a inchieste, cause e processi, tanti e importanti per dover attingere alle riserve di fiducia. Vuoi o non vuoi, questa è la cerimonia per guardarsi dentro. Questo è l’anno in cui far ripartire (anche) la giustizia.

Molte cose sono successe. Tante sono state dette. Troppe, tutte assieme. Il caso Palamara, il terremoto nel Csm, le dimissioni, le decadenze, lo sconcerto per quanto emerso, le relazioni indicibili, gli accordi sottobanco, le spartizioni, le sfrenate ambizioni. A Roma, ma non solo. Procedimenti penali e disciplinari hanno fatto pulizia ma non hanno chiuso la questione. Un libro, dello stesso Palamara, riapre le ferite, riaccende le polemiche, crea altri fronti di contrapposizione tra chi invoca ulteriore chiarezza e chi annuncia nuove querele. E intanto gli scandali debordano: in Puglia e nel Salento, per dire, l’ultima inchiesta travolge un giudice della sezione fallimentare di Brindisi. E questo alla fine di una sequela di indagini, avviate o concluse, che in pochi mesi ha portato prima all’arresto del procuratore di Taranto e poi alla condanna di un pm di Lecce e di due magistrati un tempo in servizio a Trani. La giustizia - se le accuse rispondono a verità, ma alcune già col conforto delle sentenze - piegata alle esigenze personali e mortificata, gettata nella polvere, ridotta a mercimonio. Costretta in catene come nell’Allegoria del Cattivo governo di Ambrogio Lorenzetti, ai piedi di un affresco sormontato dalle figure inquietanti dell’avidità, della superbia e della vanagloria.

Intendiamoci. A fare luce sulla magistratura deviata è la magistratura cosciente e responsabile, ostinata e attenta, coraggiosa e infaticabile. La stragrande maggioranza. Non è questione di rapporti di forza e percentuali, neppure si discute. La categoria ha meriti e peculiarità che non è il caso neanche di sottolineare tanto sono evidenti, tangibili. Perciò colpisce la singola crepa, sconcerta il cedimento individuale. Non è un dettaglio. E infatti, non a caso, il procuratore generale Antonio Maruccia incasella la questione nel ragionamento denso e ampio sulla qualità della democrazia e sulle insidie che la minacciano: “I criminali non si espongono, oramai. Sanno che, in periodo elettorale, verranno cercati, come puntualmente avviene”. Neppure un omicidio di mafia per il distretto nel periodo preso in esame; in compenso, diversi Consigli comunali sciolti per infiltrazione della criminalità organizzata. Ma il perimetro è vasto: “Qui il discorso - aggiunge - va oltre le nostre competenze e le nostre capacità perché riguarda le idealità che devono muovere l’impegno dei cittadini nella cosa pubblica. Un appello alla pratica dei valori costituzionali che riguarda anche noi. Al netto delle strumentalizzazioni, la magistratura ha visto offuscata da condotte deteriori la sua credibilità”. La parola, eccola.

Da dove ripartire? La premessa - obbligatoria, a questo punto - può essere rintracciata nell’intervento di Maurizio Saso, presidente della giunta distrettuale dell’Anm: «È necessaria un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, un mea culpa collettivo. Evitiamo atteggiamenti autoassolutori». Poi, per carità, occorrerà mettere mano un po’ a tutto e di certo a molto: funzionamento del Csm, peso e ruolo delle correnti, selezione dei magistrati, valutazione di idoneità e professionalità, accesso agli incarichi direttivi. Ma anche allo stesso processo, in attesa da tempo di una radicale riforma per andare oltre i pasticciati interventi sulla prescrizione. Un anno (quello appena iniziato) non basterà per imporre una svolta, l’importante è che un anno (quello appena concluso) basti e avanzi per comprendere l’impellenza di un rapido cambiamento. Alle emergenze imposte dalla pandemia e appena ricordate dal presidente Mattarella - sanitaria, sociale ed economica - va affiancata quella che ci portiamo appresso da troppo tempo. La giustizia. Non meno rilevante. Tutt’altro.
 

Ultimo aggiornamento: 20:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA