Violenza sulle donne, la presidente di “Telefono Rosa”: «L'età si è abbassata, bisogna educare i giovani»

Mercoledì 24 Novembre 2021 di Maria Lombardi

«Ci impressiona l’abbassamento dell’età delle vittime e dei violenti. Un fenomeno che deve allarmarci». Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, fondatrice e presidente del Telefono Rosa, l’associazione che da oltre 30 anni aiuta le vittime di violenza.

Che cosa sta succedendo?

«Nel post lockdown è esplosa una violenza inaudita, i ragazzi dopo due anni di rapporti quasi inesistenti non riescono a trattenere la rabbia, confondono virtuale e reale. Ci chiamano mamme disperate. Purtroppo nella scuola i più giovani non hanno trovato alcun sostegno. Se non educhiamo i nostri ragazzi al rispetto della diversità, a riconoscere gli stereotipi e superarli, non usciamo da questo disastro. E non possiamo lasciare i genitori soli».

 

 

 

 Come ogni anno, il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, si contano troppe vittime: 109 donne uccise da gennaio. Cosa deve cambiare perché non sia più così?

«È la nostra cultura che deve cambiare. E bisogna affrontare innanzitutto l’emergenza educativa. È per questo che “Telefono Rosa” dedica questa giornata agli studenti. Torniamo anche quest’anno al Teatro Quirino di Roma, con 800 ragazze e ragazzi romani in presenza e altri 4mila collegati da Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia e Campania. Ci si confronta sui temi della violenza, discriminazione, stereotipi di genere, cyberbullismo. Ma si parla anche di donne afghane. L’attenzione è scemata. Con noi al Quirino ci sono, ospiti del “Telefono Rosa”, tre calciatrici della nazionale afghana rifugiate».

Quattro femminicidi in meno di 7 giorni in Emilia Romagna. Nonostante misure legislative sempre più stringenti, non si riescono a proteggere le vittime. Cosa non funziona?

«Manca una vera rete di protezione delle vittime e dei loro figli. Siamo avanti con la legge, è vero. Ma la donna non viene protetta nel momento in cui è più vulnerabile, quando denuncia. Appena esce dalla caserma dei carabinieri o dal commissariato, devono scattare gli aiuti, bisogna portarla in una casa rifugio con i suoi figli, sostenerla nel nuovo percorso. E invece la donna denuncia e torna a casa dove trova ad aspettarla l’uomo violento. È gravissimo».

Una delle ultime vittime è stata uccisa dall’uomo che aveva denunciato e fatto condannare.

«Le vittime vanno informate nell’immediatezza della scarcerazione del violento o di qualsiasi decisione presa dal magistrato. Purtroppo ancora c’è un problema di scarsa professionalità tra giudici e forze dell’ordine, manca quella formazione sulla violenza domestica che dovrebbe essere richiesta a tutti coloro che ne se occupano».

 Come avete aiutato le donne durante il lockdonw?

«In quei mesi difficili, c’è stata un’esplosione di violenza. Tantissime donne ci telefonano dal bagno per raccontarci le loro storie. Ma hanno comunque avuto la possibilità di incontrare telefonicamente le psicologhe e fare un piccolo percorso per trovare il coraggio di ribellarsi».

Cosa pensa delle proposte di legge che puntano a introdurre per i violenti l’obbligo dei percorsi di rieducazione prima della condanna?

«Dobbiamo essere convinti che la persona affronti questi percorsi con l’intenzione autentica di capire cosa determina in lui questi atteggiamenti. Se non è convinto di aver fatto qualcosa di male, non otteniamo nulla».

I finanziamenti per i centri antiviolenza sono stati resi strutturali con l’ultima legge di bilancio. Ma arrivano con molta lentezza, secondo ActionAid solo il 2% del fondi 2020 è arrivato a destinazione. Cosa non va?

«La trafila è ancora troppo lunga, i soldi stanziati dal ministero arrivano alle Regioni che poi li smista. Sarebbe opportuno che in questo momento si desse un sostegno reale ed effettivo ai centri antiviolenza e alle case rifugio. Soprattutto quando ci si prende cura delle mamme con bambini le spese da affrontare sono molte e si necessita di finanziamenti extra».

 Quando lei decise di dedicare la sua vita alle vittime di violenza, la parola femminicidio (la introdusse nel 1990 la criminologa Diana E.H. Russell) nemmeno esisteva.

«Era il 1988, con due amiche, una giornalista e un avvocato, fondammo il Telefono Rosa. Avevo 46 anni, ero direttrice di banca, ma non era quella la mia strada. Mi ha sempre preoccupato la solitudine delle donne. A quei tempi le vittime venivano scoraggiate a denunciare. Le madri cercavano di fermarle: lo abbiamo subito tutte, dicevano, in fondo ti vuole bene, è solo geloso. In tutti questi anni si sono rivolte al Telefono Rosa più di 700mila donne, alcune tornano a distanza di anni e ci raccontano il loro percorso. Allora capisci che valeva la pena aver creduto in questa sfida».

Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 12:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA