Crisi ristoratori, lo chef Sadler: «Milano non ci lascia soli ma il delivery non basta»

Martedì 24 Novembre 2020 di Rita Vecchio

Chef milanese che più milanese non ce n’è, insignito nel 2018 dell’Ambrogino d’oro dal sindaco Beppe Sala. Claudio Sadler, stellato da più di 30 anni e con il primo ristorante aperto in zona Ticinese nel 1986, ha fatto del suo modo d’essere una ragione di vita. Resilienza e caparbietà. Anche in questo periodo in cui la ristorazione è soffocata da Dpcm e restrizioni che hanno imposto spese non preventivate all’intero settore. E in una Milano in prima linea, tra red zone e lockdown.

 

Chef, ne usciremo?

«Dobbiamo uscirne. Non sarà facile. La situazione è grave, è una piaga sociale. Il Covid ha portato dolore, morte e disperazione. Anche io sono risultato positivo. Per fortuna, in forma lieve. Ma non le nascondo che mi sono spaventato. Mi sento miracolato, vedendo attorno amici e clienti intubati e in condizioni gravi».

 

Come è Milano oggi?

«Resta la meravigliosa città che non ti lascia da solo. Viva e che si dà da fare. E i milanesi, sono persone che hanno cercato di dare una mano a noi ristoratori, ordinando l’asporto, il take away e il delivery. La gente non rinuncia a fare una scelta ed è socialmente responsabile».

 

Il Governo c’è?

«Con il Governo interloquiamo spesso, anche attraverso i sindacati rappresentativi di categoria. A Conte, Franceschini, Bellanova, abbiamo esposto la nostra situazione. Ci siamo indebitati pesantemente e non sappiamo come recuperare i prestiti carbonizzati in due mesi. La mancanza di mercato turistico internazionale è pesato anche se abbiamo visto il risorgere della clientela italiana. Le persone non l’hanno fatto solo per andare al ristorante, ma anche per incrementare il settore. Speriamo si agisca. Con i fatti».

 

Quali?

«Venendoci incontro con tasse, scadenze, affitti. Tra il primo e il secondo lockdown siamo stati chiusi 5 mesi in un anno con un buon 40% di fatturato andato in fumo. Questa perdita non ce la ridà nessuno. Gli oneri fiscali sono stati spostati e non annullati. E l’accesso al credito, non è stato per tutti. Siamo usciti massacrati dalla prima chiusura, e ne stiamo uscendo ancora di più danneggiati adesso. Dei soldi promessi che in teoria dovevano essere già stati accreditati, nemmeno l’ombra. Noi siamo gente di buona volontà, facciamo quello che possiamo. Ma devono aiutarci, perché chissà quando vedremo il profitto. Il delivery, formula che abbiamo scoperto in questa situazione e che credo potrebbe integrarsi alla ristorazione anche dopo la pandemia, non basta. Non copriamo i costi».

 

Come vede il futuro?

«Riapriremo e lavoreremo, più di prima, per pagare i debiti. Ma ripartiremo. Siamo caparbi e capaci. Io so fare questo lavoro. E continuerò a fare questo».

Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 18:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA