Smartphone e droga nel carcere di Lecce: scoperti cinque baresi

Martedì 25 Gennaio 2022 di Nicola MICCIONE

La pena prevista per chi introduce o detiene un cellulare all'interno di un istituto penitenziario è salata: può arrivare sino a 4 anni e aumenta a 5 se a commettere il fatto è un pubblico ufficiale, un incaricato di pubblico servizio o un avvocato. Prima non esisteva nulla, né il reato - creato nel 2020 dal Consiglio dei Ministri su proposta del precedente Guardasigilli, Alfonso Buonafede - né, quindi, la pena. C'era solo un illecito disciplinare. Ma i casi, e i tentativi sventati dalle forze dell'ordine, di introdurre microtelefonini all'interno delle strutture carcerarie sono ormai all'ordine del giorno. L'ultimo, con protagonisti alcuni detenuti di Bari, si è verificato a Lecce dove è stato rinvenuto un mini cellulare nel penitenziario di Borgo San Nicola, presso il reparto denominato R1 III sezione.
«Tale rinvenimento - ha fatto sapere Ruggiero Damato, segretario regionale dell'Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria - è stato fatto grazie alla capillare e instancabile professionalità dei poliziotti penitenziari che operano nei vari settori del carcere, comprese le aree detentive». Questo, secondo Damato, certifica che la Polizia Penitenziaria è salda, unita e professionale, nello svolgimento del proprio compito istituzionale e sopratutto di polizia giudiziaria «attraverso un capillare instancabile intelligent di indagini interne e con la collaborazione di altre forze di polizia più addette alle indagini sul territorio». Un lavoro sinergico che porta a «risultati eccellenti come il rinvenimento del cellulare - ha dichiarato Damato - e l'operazione antidroga del penitenziario di Brindisi».

 

Anche lì, telefonini, droga e altri oggetti sarebbero entrati in carcere, lanciati dall'esterno o portati con altri stratagemmi. In un caso sarebbe stato pianificato di usare i droni, progetto poi fallito. È quanto è emerso da un'inchiesta dei Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo di Brindisi che ha portato all'esecuzione di due ordinanze di custodia cautelare - le accuse, a vario titolo, sono di spaccio di sostanze stupefacenti aggravate dall'aver commesso i fatti presso un istituto penitenziario - che hanno disposto in tutto dodici misure restrittive a carico, fra gli altri, di cinque uomini di Bari e della sua area metropolitana: in carcere è finito Giorgio Picca, 36enne di Bari, ai domiciliari Antonio Dell'Era, 46enne di Noicattaro, e Michael Profeta, 26enne di Bari, mentre un 26enne di Mola di Bari e un 25enne di Gravina di Puglia sono stati sottoposti all'obbligo di dimora. Secondo le indagini, gli stupefacenti e i telefonini (comprensivi di schema Sim per poter quindi comunicare all'esterno, nda) venivano lanciati dall'esterno e successivamente recuperati da parte di detenuti lavoranti oppure nascosti all'interno di plichi, flaconi di shampoo, pacchetti di sigarette o cartoline destinati ai detenuti e opportunamente modificati per nascondervi la sostanza stupefacente in un vero e proprio trionfo dell'inventiva.


Nel 2020 sono stati 1.761 gli apparecchi rinvenuti nelle carceri italiane, requisiti all'interno o bloccati prima del loro ingresso. Nello stesso periodo del 2019 erano stati 1.206 mentre, nel 2018, se ne erano registrati 394. I numeri parlano di un fenomeno in crescita. «Crediamo che sia l'ora che la politica e il Dipartimento - ha detto ancora Damato - si rendano conto di avere un corpo di Polizia Penitenziaria alle proprie dipendenze, fondamentale per la lotta alla criminalità nazionale e internazionale, per cui si debba investire di più sotto l'aspetto di rafforzare numericamente il personale e la propria formazione alla pari delle altre forze di polizia sotto l'aspetto di tecniche di indagini, ingaggi per eventuali conflitti a fuoco, auto difesa, atti di polizia giudiziaria, prescindendo il trattamento dalla sicurezza, il tutto - ha concluso il rappresentante sindacale dell'Osapp - attraverso una riforma strutturale del sistema penitenziario e del corpo della Polizia Penitenziaria».
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