Dallo stop al via libera: i tre scenari per l'immediato futuro

Dallo stop al via libera: i tre scenari per l'immediato futuro
Luigi Di Maio il temporeggiatore. Quando il ministro dello Sviluppo Economico arriva al Governo la vendita dell’Ilva è già agli sgoccioli. Dall’1 luglio, contratto alla mano già firmato, il colosso ArcelorMittal avrebbe dovuto prendere possesso della più grande acciaieria d’Europa. Con in tasca la vittoria della gara e l’ok dell’antitrust europeo, al colosso franco indiano mancava solo l’accordo con i sindacati. Anche il Governo un contratto ce l’ha: quello in cui ha promesso agli elettori di “chiudere le fonti inquinanti” dell’Ilva di Taranto e programmare la riconversione economica della città. Ed è difficile, se non impossibile, tenere in piedi entrambi gli impegni. Così è iniziata, nel corso degli ultimi mesi, un’attività cauta e misurata in cui il ministro ha chiesto tempo. Prima per esaminare il dossier, le 23.000 pagine di una vertenza che si trascina da sei anni esatti. Poi per incontrare le parti sociali: ha ascoltato le associazioni dei cittadini che pretendono aria sana per Taranto, le organizzazioni sindacali che rivendicano il posto di lavoro per i 14mila dipendenti italiani del gruppo Ilva, i commissari straordinari che faticano a continuare a tenere in piedi una fabbrica in perdita con le pochissime risorse rimaste al termine di una lunghissima amministrazione straordinaria. Non è facile, è pleonastico, gestire una vicenda così intricata. Anche perché se la soluzione fosse così immediata la vertenza sarebbe già stata risolta. Così si va avanti a piccoli passi, incerti, verso la scelta che prima o poi s’impone a chi governa. Intanto si è ritardato l’ingresso di Mittal a Taranto allungando fino al 15 settembre la gestione pubblica dei commissari. Quella la data oltre la quale non si potrà andare.

Per ora le ipotesi in campo sono diverse. E il vicepremier non vuole precludersene alcuna. La prima: l’annullamento della gara. Il ministro ha intravisto - anche sulla spinta del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano - delle criticità nella gara che ha portato all’assegnazione del gruppo Ilva alla cordata guidata da ArcelorMittal e ha chiesto un parere all’Anac. Risposta arrivata e che ha in parte avallato le perplessità del Mise lasciando però alla parte politica la decisione sulla possibilità di annullare la procedura svolta nel biennio precedente. Così, l’altro ieri sera, alle parole sulle verifiche in corso si è aggiunta la nota ufficiale in cui Di Maio ha annunciato l’avvio dell’iter per gli accertamenti finalizzati a un eventuale annullamento in autotutela dell’assegnazione a Mittal. La possibilità di un annullamento scatenerebbe, però, se dovesse tramutarsi in realtà, quasi certamente a una battaglia legale con l’acquirente, Mittal, che nell’affare si è calato a capofitto. L’annullamento ipotetico della gara allora preluderebbe ad altri due scenari. Il primo, quello richiesto dagli ambientalisti e da molte forze della città, nonché dalla base del Movimento 5 Stelle, è la chiusura della fabbrica. Addio alla privatizzazione, riconversione e impiego degli undicimila dipendenti diretti Ilva (oltre a tutto l’indotto) in un piano di bonifiche. Secondo molti esperti è la possibilità che ha meno chance, sebbene risponda a quello che il Governo ha promesso di fare ai suoi elettori.

L’altra possibilità è quella di un annullamento della procedura finalizzato ad una nuova gara. I tempi, in questo caso, sarebbero lunghi. La ripartenza da zero in realtà non eliminerebbe nè i rischi della battaglia legale con i Mittal nè garantirebbero una proposta diversa da quella attuale. L’unica cordata che provò a contrastare l’offerta di Mittal fu quella guidata dall’indiano Jindal assieme a Cassa Depositi e prestiti. Una cordata che non esiste più e che vede ormai Jindal acquirente dell’altro siderurgico italiano: quello di Piombino. Tra l’altro non ci sono più risorse per gestire Ilva e i lavori di ambientalizzazione - su tutti la copertura dei parchi minerali - sono stati avviati sulla base della garanzia di “cassa” di ArcelorMittal.

La gara allora potrebbe restare in piedi: è questa l’ipotesi più realistica. Ma intanto Di Maio aspetta, prende altro tempo, dribbla il fuoco amico degli elettori pentastellati e dei deputati che stringono sulla difesa dell’ambiente dalle nuvole di minerale, continua a trattare con gli acquirenti strappando altri impegni e provando a rilanciare sull’occupazione. Ma il tempo è l’unico aspetto sul quale Mittal sembra non essere più disponibile a trattare. E la strategia attendista del Governo potrebbe rivelarsi più pericolosa del previsto.
 
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Giovedì 26 Luglio 2018 - Ultimo aggiornamento: 16:12