Carofiglio: «Puglia come terra di opportunità se vinciamo le paure»

Sabato 21 Settembre 2019 di Renato MORO
E' nato a Bari il 30 maggio del 1961. Quel giorno il divo, sul lungomare, era Jaques Anquetil, giunto in Puglia con tutta la carovana del Giro d’Italia. E lo sarebbe stato fino alla tappa numero 14, quando Arnaldo Pambianco indossò la maglia rosa senza più lasciarla. Il 17 dicembre Bari s’era svegliata con trenta centimetri di neve, mentre a febbraio le tabacchine del Capo di Leuca avevano dato vita a uno sciopero che sarebbe passato alla storia. Storia della Puglia, regione cui lo scrittore Gianrico Carofiglio è legato a doppio filo.
Carofiglio, lei è uno che nei suoi libri fa vivere le parole. Ne scelga una, ora, che possa rappresentare la Puglia protesa verso il futuro.
«Scelgo “frontiera”. È una parola che a me piace e che si adatta a noi pugliesi. E ha due significati».
Quali?
«Può significare divisione, muri innalzati. Ma allo stesso momento è una parola che unisce cose diverse. Le nuove idee, per esempio. La Puglia è frontiera. Questo suo essere frontiera nel Mediterraneo è la chiave di una vocazione. È lo sguardo rivolto al Mediterraneo».
Pensa che nei tempi che viviamo lo sguardo verso il Mediterraneo sia ancora di attualità?
«Non si possono fare discorsi sui tempi prendendo come riferimento i mesi e le settimane. Parliamo di fenomeni che occupano anni, decenni, fenomeni planetari. Non dobbiamo leggerli da un punto di vista della cronaca, bisogna avere lo sguardo ampio rispetto al breve termine. Molti segnali ci dicono che il Sud in generale e la Puglia in particolare hanno una prospettiva interessante, eccitante, per quanto riguarda il futuro nel Mediterraneo».
Ma abbiamo le potenzialità per favorire questo processo? Le chiedo un giudizio sulla classe dirigente.
«Non è esaltante, fatte le dovute eccezioni, la percezione che abbiamo della classe dirigente. C’è però un bellissimo detto zen che amo: quando l’allievo è pronto, il maestro appare».
Noi siamo gli allievi non ancora pronti? Cosa può fare la nostra generazione per accelerare questo processo?
«Difficile parlare in nome di una generazione. Ma da individui possiamo fare. Credo che una componente fondamentale dei processi di trasformazione positiva sia l’apertura verso il futuro, verso nuove idee. Quello che possiamo fare è abituarci all’idea del cambiamento e di una sana precarietà. Non si cambia nulla nelle società immobili, perfettamente stabili. Possiamo abbracciare come individui questa predisposizione verso il nuovo».
Illusione, lei torna spesso su questa parola. Non c’è il rischio, per le nuove generazioni, che a coltivare le illusioni ci si stanchi e si abbandoni il terreno?
«Il rischio di non conseguire il risultato desiderato fa parte del cammino. Se ci si lascia paralizzare dalla paura di un possibile fallimento commettiamo un errore. Occorre provarci. Bisogna avere un atteggiamento sperimentale verso il cambiamento. Edison fece mille tentativi prima di inventare la lampadina. Quando gli chiesero come avesse fatto a resistere lui rispose: “Non ho fallito, ho solo provato migliaia di metodi che non hanno funzionato e tante altre cose...”. L’attitudine al cambiamento richiede una sana attitudine al fallimento».
Ma sono sempre di più i giovani che hanno poca voglia di provarci, di mettersi in discussione.
«Vero. Su questo occorre ragionare, anche rivedendo il modo in cui si costruiscono i percorsi alternativi».
Chi può avere un ruolo importante in questo? Università, scuola, politica, famiglia...
«Tutti. I cambiamenti accadono in maniera apparentemente causale, sono invece il frutto di una predisposizione».
Per esempio? 
«Le voglio raccontare di uno psicologo, Richard Wiseman, e del suo studio finalizzato a scoprire se esiste davvero la fortuna. Wiseman prese un gruppo di persone fortunate e un altro di persone che si consideravano sfortunate. Chiese a tutti di fare un certo percorso a Londra, lungo il quale lui aveva lasciato delle banconote. I fortunati le trovarono tutte, gli sfortunati no. Quindi esiste davvero la fortuna? Sì. La fortuna sono gli occhi aperti sul mondo, la capacità di cogliere le opportunità».
Verità e menzogna, cito sempre lei. Cosa stiamo raccontando?
«Tutti noi siano inclini a mentire agli altri e a noi fino a quando non si diventa consapevoli della nostra attitudine a manipolare la realtà, anche nel racconto che facciamo di noi stessi. Ciò non vuol dire che non si debba avere sogni e raccontarsi storie sul futuro. Ma un conto è immaginare un futuro possibile e positivo, un altro conto è reinterpretare quello che è successo con una visione narcisistica».
A proposito di narcisismo, la Puglia fa bene a insistere su una sua immagine, spesso autoreferenziale, di terra di turismo o dovrebbe cominciare, o ricominciare, a proporsi in maniera diversa?
«Non c’è niente di male a proporre questa immagine. Però credo che la vocazione debba essere una apertura verso il futuro, perché la Puglia possa e debba, recuperando sacche di arretratezza gravissime, proporsi come terra di opportunità. Accanto al miglior mangiare e ai luoghi da favola si dovrebbero coltivare nuove pratiche, convincere gli altri che qui accadono anche cose sostanziali. Sotto certi aspetti, però, questo accade già».
Per esempio?
«Per esempio nel mio campo, la letteratura. Nel 2001 avevamo due o tre scrittori pugliesi che pubblicavano con una casa editrice nazionale. Gli altri erano sconosciuti dappertutto. La letteratura pugliese non esisteva. Guardi ora, invece. È un risultato clamoroso, abbiamo una produzione letteraria impressionante».
Sì, impressionante anche il numero di scrittori che si autoproducono.
«Lasciamo perdere quel settore. Gli scrittori pubblicati da editori nazionali sono il sintomo della trasformazione, della vivacità che caratterizza la Puglia».
A proposito di fermenti. Vede la fuga dei cervelli come una iattura? Oppure è inevitabile, magari anche giusta? Insomma, è qualcosa di negativo o positivo?
«Né negativa né positiva. Da noi ci sono meno possibilità di valorizzare le competenze, il talento». 
E a chi tocca porvi rimedio? 
«Spetta a una politica e a un’imprenditoria meno miopi ridefinire il contesto».
Le cito ancora Gianrico Carofiglio. Vede prevalere l’indifferenza o la responsabilità?
«Non c’è dubbio che abbiamo un problema di indifferenza tossica, ma sono fiducioso nel fatto che possiamo essere sempre più capaci di incidere sui processi. Esiste un problema di indifferenza, l’ho scritto, ma credo che tutto sia legato alla capacita di moltiplicare il racconto positivo del futuro».
Che effetto fa, a lei pugliese, vedere un paesaggio distrutto? Mi riferisco agli ulivi.
«Tantissima rabbia. Questo problema è stato trattato con una sciatteria insopportabile a più livelli».
Qualcuno sostiene che la devastazione del paesaggio stia cancellando la memoria di un popolo. 
«La memoria c’è per fortuna. Il paesaggio non è scomparso del tutto, ma è stato offeso gravemente. Esistono delle colpe ed è giusto che si paghi».
E chissà se è finita...
«Sarei ottimista. Ora c’è un buon ministro dell’agricoltura, la Regione si è resa conto della disattenzione. Si tratterà di puntare sulle piante resistenti per ricostruire il paesaggio. Ma non parlerei di ferita alla memoria. Di ferita alla dignità e all’intelligenza dei pugliesi sì».
Lei nei suoi scritti e nelle sue interviste cita la musica jazz come metafora dell’incompiutezza. Se dovesse paragonare la Puglia a un genere musicale sceglierebbe il jazz?
«Il jazz va bene per tutti, non solo per noi». 
“Le tre del mattino”. Se dovesse riaprire il suo romanzo e immaginare qualcun altro a Marsiglia, chi ci manderebbe perché possa ritrovare se stesso?
«(Sorride) Manderei me stesso».
Mi sa che abbiamo bisogno un po’ tutti di passare un paio di notti sotto le stelle...
«È una cosa che devi aver voglia di fare».
Gianrico, anche lei è orgoglioso di essere pugliese?
«Mi piace l’idea di essere nato e vivere qui, ma l’orgoglio non mi appartiene».
Nella narrazione che facciamo di noi pugliesi siamo fin troppo buoni e permissivi, spesso e volentieri ignoriamo i difetti. È d’accordo?
«C’è una dimensione elogiativa un po’ ridicola, non c’è dubbio».
Il premier Conte, anche lui pugliese, inaugurando la Fiera del Levante ha detto che vuole portare il Sud in Europa. Pensavamo di esserci già. In ogni caso, cosa pensa di questa rinnovata attenzione verso il Mezzogiorno?
«Dobbiamo vedere se alle parole seguiranno i fatti. Certo un intelligente piano strategico sul destino del Mezzogiorno è importante. Perché questo territorio non diventi il cortile d’Europa, buono per passarci le vacanze». Ultimo aggiornamento: 27 Settembre, 17:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA