Gaucci morto, da Toni Bin al gol scudetto di Calori e Gheddafi Jr: vita di successi ed eccessi di Big Luciano

Sabato 1 Febbraio 2020 di Romolo Buffoni
Gaucci morto, da Toni Bin al gol scudetto di Calori a Gheddafi Jr: vita di successi ed eccessi di Big Luciano

Santo Domingo, la Hammamet del pallone. L'isola dei Caraibi esilio dorato e volontario di Luciano Gaucci, morto oggi all'età di 81 anni. Non che la figura dell'ex vulcanico presidente del Perugia possa essere paragonata a quella di Bettino Craxi (rifugiatosi fino alla fine dei suoi giorni nella città tunisina), ma è simile la sorte di due italiani in vista protagonisti degli anni 90 l'uno nel mondo dello sport più popolare, l'altro in quello della politica.

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Gaucci fuggì nella capitale della Repubblica Dominicana nel 2005, da latitante. Indagato per il fallimento del Perugia assieme ai figli Riccardo e Alessandro, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, infatti, patteggiò tre anni (poi cancellati con l'indulto). Fu la fine di una parabola che lo portò da sconosciuto imprenditore nel ramo pulizie, a dirigente di spicco del panorama italiano. Il suo Perugia salì dalla serie C fino a conquistare un posto stabile in serie A, raggiungendo la semifinale di Coppa Italia 2002/2003, vincendo la Coppa Intertoto del 2003, guadagnandosi così la partecipazione alla Coppa Uefa (la vecchia Europa League) di quella stessa stagione. Una cavalcata inarrestabile, nonostante l'intoppo della condanna per illecito sportivo del '93 che costò alla squadra la revoca della promozione in B e a lui tre anni di squalifica. Ma il suo Perugia è riuscito a restare nella storia del calcio italiano per aver lanciato giocatori del calibro dei futuri campioni del mondo Materazzi e Grosso, di Nakata, Miccoli, Liverani. In panchina l'allora sconosciuto Serse Cosmi, tornato proprio quest'anno ad allenare i Grifoni umbri.

Vulcanico e pittoresco Gaucci, che viveva in un vero e proprio castello a Torre Alfina (andato all'asta nel 2013). Prototipo di patron calcistico spendaccione, viscerale, spregiudicato, che oggi non resisterebbe un minuto nel calcio delle multinazionali e del Fair Play Finanziario. Amante del pallone, Gaucci, ma anche (o forse soprattutto) dei cavalli da corsa. Un nome su tutti: Toni Bin, punta di diamante della scuderia White Star, pagato appena 12 milioni delle vecchie lire, che s'impose contro ogni pronostico nell'Arc de Triomphe del 1988. Toni Bin s'impose in tutti gli ippodromi italiani ed europei conquistando il tifo addirittura di un certo Giulio Andreotti. Romano, Gaucci, come lo storico leader della Democrazia Cristiana col quale condivideva anche la passione per la Roma. E in giallorosso, all'ombra di Dino Viola presidente delllo scudetto del 1983, Gauci si fece le ossa. Anche se si narra che Viola, in punto di morte, chiese espressamente che il club giallorosso non fosse lasciato nelle sue mani.

Per ironia della sorte, fu proprio il Perugia di Gaucci (con in panchina l'altro romanista Mazzone) a dare nel 2000 il secondo scudetto alla Lazio, battendo dopo il nubifragio la Juve col gol di Calori. «È una notizia triste, perdo un amico con il quale ho fatto affari, come acquisti o cessioni di calciatori e avuto qualche discussione, come nella famosa sconfitta della Juventus a Perugia nel 2000 che ci costò lo scudetto, ma sempre con grande rispetto e stima reciproche», il ricordo di un altro Luciano, Big Luciano, ovvero Moggi direttore generale di quella Juventus beffata al Curi. «Segnalai io Gheddafi junior a Gaucci - ricorda ancora Maoggi -. Saadi era un grande appassionato di calcio e tifoso della Juventus ed era sempre al seguito nostro. Segnalai a Luciano questa possibilità, che poteva essere un'ottima opportunità per il Perugia vista l'importanza di Saadi e cosa rappresentava in quegli anni a livello economico. Lui non si lasciò scappare l'occasione e lo ingaggiò facendolo pure esordire in Serie A».

Non solo Perugia, comunque. Gaucci fu proprietario anche della Viterbese, dove primo nella storia impose (senza fortuna) un allenatore donna: Carolina Morace. E le donne, fuori dal campo, furono fonte di tormento ed estasi. Burrascosi l'inizo e la fine della sua storia con Elisabetta Tulliani, entrata in casa Gaucci come fiamma del figlio Alessandro e, al termine della relazione con Luciano, finita nelle braccia dell'ex leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini.

Della sua parabola calcistica restano la storica litigata con Vincenzo Matarrese nell'autunno del 1999, presidente del Bari e fratello del capo della Figc Antonio, immortalata dalle telecamere Rai con tanto di «figli di....» urlato al pullman dei pugliesi. O il "licenziamento" in tronco del sudcoreano Ahn, perché ai Mondiali del 2002 segnò il gol che (assieme all'arbitro Moreno) eliminò l'Italia. O l'altro licenziamento, quello di Roberto Baronio, "colpevole" di indossare il numero 13 che, secondo Gaucci, portava male. E anche il tentativo di tornare in sella nel 2004 mettendosi a capo di Napoli Sportiva, società nata dopo il fallimento della Società Sportiva Calcio Napoli, ma che non ottenne l'iscrizione ad alcun campionato professionistico o dilettantistico.
Gaucci tornò in Italia nel marzo 2009, nell'indifferenza generale tanto che fu il figlio Riccardo a telefonare all'Ansa per darne la notizia. La sua latitanza era finita, cancellata dal Tribunale di Perugia. Non c'era più bisogno di fuggire, ma a Big Luciano l'anonimato faceva più paura delle manette. Meglio tornare nel buen retiro di Santo Domingo ed aspettare la fine.

Ultimo aggiornamento: 19:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA