Come districarsi tra stupidi e imbecilli

di Luca BANDIRALI
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Venerdì 11 Novembre 2016, 16:53
Se esiste un’intelligenza collettiva, come se la cava la società contemporanea rispetto a quelle che l’hanno preceduta? Siamo più o meno intelligenti di prima? Se, come si legge, i cervelli italiani sono in fuga, chi rimane qui è senza cervello? E gli epiteti che si rivolgono spesso ai politici, non sono forse più adatti agli elettori? Non sono questioni di poco conto, da poterle chiamare stupidaggini. Stupido è chi lo stupido fa, spiegava la mamma a Forrest Gump nel celebre film di Zemeckis. Non si accontentano dell’antica saggezza popolare due influenti pensatori del nostro tempo, Maurizio Ferraris e Piergiorgio Odifreddi, che pur con interessi e percorsi diversissimi (filosofo accademico il primo, intellettuale eclettico il secondo), licenziano in contemporanea due libri perfettamente complementari: “L’imbecillità è una cosa seria”, edito da Laterza, è il lavoro di Ferraris; “Dizionario della stupidità” (Rizzoli) è quello di Odifreddi.

Intanto vale la pena ragionare sulla differenza lessicale: l’imbecille su cui riflette il filosofo è colui che vacilla perché privato del bastone (in-baculum), cioè del sostegno dell’intelligenza; mentre lo stupido è colui che si ritrova stordito, stupefatto, sbalordito e pertanto in difficoltà nel pensiero e nell’azione. In un difetto di coraggio, entrambi gli autori prepongono, alle velenosissime segnalazioni della stupidità degli altri, una generica ammissione di colpa, come a dire che solo un imbecille ne riconosce un altro; anzi, secondo il filosofo, si tratta proprio di una condizione di natura, dalla quale abbiamo cercato di sottrarci sostenendoci ai bastoni della scienza e della tecnica, dell’arte e della cultura. Assolta l’autocritica iniziale, però, cominciano a fioccare i colpi, con una predilezione anch’essa non leonina per i cari estinti, se non fosse che si tratta di figure monumentali del pensiero moderno (con schiere di devoti viventi peraltro), di cui si scandagliano senza remora i momenti di imbecillità abissale: Odifreddi ci ricorda un irresistibile Henri Bergson che sfida Einstein in un dibattito alla Società Francese di Filosofia, col fine di confutare nientemeno che la teoria della relatività; Ferraris rievoca invece la famigerata chiusa del discorso tenuto da Heidegger il 17 maggio 1933, “alla nostra grande guida, Adolf Hitler, un Sieg Heil tedesco”. Di Benedetto Croce, Odifreddi ricorda un illuminante, profetico passo a proposito della logica matematica, da un testo del 1909: “I suoi nuovi congegni non sono finora entrati né punto né poco nell’uso. Vi entreranno nell’avvenire? La cosa non sembra probabile. Ma la loro nullità filosofica rimane, sin da ora, pienamente provata”.

Le convergenze fra i due fustigatori non sono molte, a riprova della vastità della riserva di caccia; spicca il nome di Jacques Lacan, di cui Ferraris cita un aforisma in tema, “i non fessi errano”, rievocando successivamente la prima e ultima seduta psicanalitica di Roland Barthes, che esce dal civico 5 di rue de Lille a Parigi dopo un colloquio con il venerato analista e descrive se stesso come un “imbecille” e Lacan come un “truffatore”. Sempre meglio di Babbo Natale che per Odifreddi rappresenta “un tipico esempio di stupidità mitopoietica”.

Entrambi gli autori rendono omaggio a Umberto Eco, che si è spesso occupato degli stupidi, illuminando la strada della consapevolezza: non è la tecnica a istupidirci, ma la tecnica rivela ciò che siamo, per esempio “una legione di imbecilli”, come il grande semiologo descrisse una parte consistente del popolo di Internet, una legione in cui ci sono generali e soldati semplici, maestri di profonde sciocchezze e postatori di piccole amenità quotidiane, le seconde meno nocive delle prime, essendo l’imbecillità “più diffusa tra chi ha ambizioni intellettuali”. Ma limitandosi al web si finirebbe per fare un discorso stupido, di solito chi scrive una fesseria su Facebook poi la ripete anche in quel che resta della società, anche se meno frequentemente arriva a scriverla su un libro: ci vorrebbe un certo tempo di lavoro, e l’imbecille spesso è anche uno sfaticato.
 
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