La tragedia di Colleferro: se il corpo diventa lo scopo della mente

Domenica 13 Settembre 2020 di Stefano CRISTANTE
In una serie televisiva molto seguita, Boys (Prime video), i protagonisti sono supereroi. Fin qui niente di nuovo, da quando Superman, Spiderman e compagni hanno invaso prima gli schermi del cinema e poi della tv digitale. Il punto è che i supereroi di Boys sono cattivi. La loro vita si svolge su un doppio binario: nel primo, quello pubblico, sono impegnati nella lotta al crimine h24, e pronti a consegnare all’umanità il messaggio di una superiore forza protettiva. Nel secondo, quello delle conversazioni private e dell’organizzazione del gruppo (sono sette, e appartengono a una sorta di potente azienda) sono prepotenti, sadici, narcisisti. Il loro retroterra manageriale organizza la cattura dei criminali sempre sotto favore di telecamera, e i filmati diventano immediatamente virali sui social. Osannati dalle folle, appena percepiscono con i loro super-sensi che i microfoni non possono sentirli, si scambiano irrisioni contro le persone normali e architettano complotti planetari. Il più potente di essi, Homelander, può volare, è invulnerabile e ultra-forte. Quando un’impiegata tituba di fronte all’intimazione di fargli leggere un messaggio di posta elettronica, Homelander sibila:”Io sono Homelander, posso fare tutto quello che voglio, faccio esattamente ciò che voglio e tu farai quello che ti dico di fare”. Fine della discussione. 

Nella storia dei Sapiens non ci sono mai stati supereroi, ma da circa una settantina d'anni sono invece ben presenti nell'immaginario collettivo, con diffusione crescente. I motivi di questo successo sono tanti, e i più logici sono legati alle reazioni del corpo umano rispetto all'esplosione tecnologica e scientifica. Il supereroe è un individuo in cui è avvenuta una mutazione: può trattarsi di protesi tecnologiche o di metamorfosi più o meno accidentali, ma il retroterra sono sempre la scienza e la tecnica. L'esito è che attraverso la mutazione l'individuo si è potenziato, e il suo corpo può fare cose che agli umani è inibito.

Per certi versi, i fatti di cronaca nera di Colleferro di questi giorni hanno a che vedere con questo filone della cultura popolare novecentesca e del nuovo secolo. Mi riferisco a due ordini di questioni: in primo luogo l'attenzione spasmodica che si presta al corpo, non inteso come il tutto materiale indistinguibile dall'individuo ma come una macchina, come un insieme di meccanismi. In secondo luogo perché non è affatto detto che il potenziamento del fisico porti con sé un potenziamento della mente o una mente positiva. Nei fatti di Colleferro, cioè nell'uccisione di un ragazzo a mani nude da parte di due o più giovani dal fisico iper-allenato e potenziato, abbiamo il riscontro di quanto centrale possa diventare nella vita degli individui praticare una cura ossessiva del corpo. Ogni muscolo viene conosciuto e cresciuto per servire a qualcosa, per difendersi o per attaccare.
Non c'entrano molto le arti marziali, dove fondamentale è l'equilibrio psico-fisico e la filosofia che lo genera. Qui c'entra il percepirsi macchina, attribuendo al corpo il compito di vendicare l'assenza di scopi della mente. Perché un corpo potenziato è un'arma, a volte letale. In assenza di altri scopi, il corpo diventa lo scopo della mente. Un corpo che emana forza, e che punta alla forza. Ma non siamo invece stati cresciuti nel culto della scalata del Sapiens al cielo e allo spazio, dove solo grazie all'intelligenza di tanti si spezzano limiti ancestrali e l'uomo può sempre fare di meglio? Sì, ma allo stesso tempo l'intelligenza e il sapere hanno rivelato una complessità inaudita, realtà plurime, influenze di accadimenti lontani nello spazio e vicini nel tempo. La complessità è ovunque, anche in luoghi periferici, spogli, nudi di interessi collettivi.

In quelle città piccole e in quei piccoli paesi la complessità esiste comunque, ma si camuffa da vuoto. Ecco allora che la forza, la pura forza fisica, può ridiventare centrale. Golia non teme più Davide. Il timore deve essere il risultato che la forza genera negli altri, con la conseguenza che essa si trasforma in violenza. Coltivare un corpo-macchina è uno dei presupposti dell'uso della forza in chiave aggressiva, cioè violenza. Per essere percepita dagli altri, la violenza deve essere esercitata ed esibita. Ecco perché non era la prima volta che quel tipo di rissa scattava. Ed ecco perché il corpo-macchina non riesce a conservare nemmeno il valore della lealtà nel combattimento. Anzi, essa è completamente inutile in vista dell'obiettivo primordiale, cioè prevalere. In realtà il verbo adatto è umiliare, cioè distruggere l'avversario nella dignità, naturalmente alle condizioni dettate dal corpo-macchina. Poi, nel calore sopra le righe della propria comunità ristretta, il corpo-macchina potrà abbassare la guardia e rappresentarsi avvolto nella fraternità. Fingere il mito della gente semplice.

L'uccisione di Willy fa parte del primo atto: un corpo estraneo, quello di un ragazzo dalla pelle più scura, si è intromesso in un rituale esibitorio. Il corpo-macchina ha probabilmente sommato l'intromissione con il richiamo razzista, sempre presente nel mantra delle priorità di chi si sente il giustiziere del giro complesso che ha preso il mondo.

Lo spirito con cui i picchiatori hanno cresciuto i propri corpi-macchina fa dell'etnia la motivazione tecnica dell'esistenza, e tutto ciò che si insinua in questo pretesto va disintegrato, e trattato comunicativamente come estraneo al grado più acceso, cioè nemico. L'attività fisica e le arti marziali non c'entrano nulla con tutto ciò. Ci viene casomai da esse insegnato a conoscere precocemente il senso del limite, che si trasforma in rispetto per la vita degli altri anche quando da essi si è costretti a difendersi. Il corpo-macchina, adeguandosi all'unico scopo della forza, dimostra costantemente di non aver appreso il senso del limite. Mancando questo, viene meno ogni forma di solidarietà elementare. Il corpo-macchina aspira a una dimensione superiore, modernamente super. Ma si è trasformato in un insieme di tecniche di sopraffazione, la cui metafora vivente sono i muscoli potenziati, insieme all'adrenalina che eccita l'ambito emotivo, dittatrice di manifestazioni di onnipotenza troppo a lungo tollerate.
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