Visite a pagamento e liste d'attesa: l'equilibrio saltato

Visite a pagamento e liste d'attesa: l'equilibrio saltato
La proposta di legge Amati che vuole allineare i tempi di attesa per l’erogazione di prestazioni nel SSR a quelli per le visite in libera professione, ha un duplice merito. Innanzitutto, quello di aver acceso i riflettori su una regolamentazione della materia in Puglia sinora insufficiente se non del tutto aleatoria.
Ma ha anche il merito di ricordare che tanto il finanziamento del servizio pubblico quanto l’acquisto privato di prestazioni sanitarie si alimentano con risorse dei cittadini. Il primo diritto, quello alle cure, è quindi il loro! L’acquisto privato di cure, da medici del SSR o da strutture ad esso esterne, è ormai percepito come via normale per non attendere i tempi della erogazione pubblica. Sui ritardi delle strutture pubbliche, ma anche private convezionate, si sono costruite fortune economiche, da parte di enti e singoli, di tale entità da rendere le proteste di alcuni settori del mondo medico del tutto prevedibili. Vi sono poi degenerazioni, rese note da trasmissioni come Striscia la notizia, dalle cronache giudiziarie o da aneddoti popolari, che gettano su questa ambiguità, quella del doppio canale nel servizio pubblico, una luce sinistra. Poiché nessuno vuole impedire l’iniziativa privata, sarebbe ora di creare anche in sanità due canali non comunicanti, il pubblico ed il privato, ma lasciare allo stesso attore il compito di indirizzare il traffico sulle due strade non è più possibile senza accettare il ridicolo.
Il problema sollevato dalla proposta di legge Amati va affrontato o come suggeriscono i firmatari (uguali tempi per le due liste di attesa) o come fanno in Emilia Romagna (sospensione della libera professione quando si sforano i tempi massimi ammessi), ma certo non si può andare avanti senza controllare i volumi di attività resi in entrambi i regimi dai singoli medici, le modalità di accesso al ricovero, la produttività delle tecnologie disponibili. E’ evidente che parallelamente deve essere garantita l’adeguatezza del personale in servizio, ma le carenze di organico non possono essere una buona ragione per non mettere mano alla libera professione.
Sebbene il tema sia eminentemente politico perché l’interesse in gioco è la salute soprattutto dei meno abbienti, vi è un aspetto tecnico poco noto che merita uno sforzo di chiarimento. Il vero nodo della questione è il rapporto di lavoro dei medici nel SSR. Anzi, i rapporti, perché i medici di medicina generale hanno un rapporto libero professionale, gli specialisti ambulatoriali un rapporto ad ore con libertà assoluta al di fuori dell’orario di lavoro, tutti gli altri medici tra cui gli ospedalieri sono dipendenti ASL con la possibilità di libera professione, intramoenia se percepiscono l’indennità di esclusività, con vincoli di fatto ora solo orari, o extramoenia senza alcun vincolo rinunciando alla predetta indennità. Una gran confusione che deriva da compromessi di vecchia data e dal consolidarsi di privilegi che hanno finito per collidere con la mission di un servizio pubblico. Un servizio pubblico che quest’anno compie 40 anni e che, con tutti i limiti e gli attacchi in corso, è considerato per risultati tra i migliori del mondo.
Chiedere ai medici pubblici di lavorare solo per il pubblico non può essere ritenuta una eresia se si considera che nei contratti di lavoro delle strutture private è severamente e giustamente circoscritto il confine di ulteriori attività esterne proprio per non consentire concorrenza alla medesima struttura. E quali ragioni di buon senso e di buona amministrazione non dovrebbero prevedere che anche nel servizio pubblico il personale debba astenersi da attività concorrenziali con gli interessi del proprio datore di lavoro, cioè lo Stato? Sarebbe giusto che lo Stato avesse nel perseguimento dei suoi scopi lo stesso zelo e le stesse attenzioni profuse ammirevolmente dal privato. Ve lo immaginate un dirigente pubblico (un giudice, un docente, un tutore dell’ordine) di un’altra amministrazione dello Stato che possa fornire al medesimo utente la prestazione di cui è responsabile remunerato dal datore di lavoro oppure dall’utente stesso?
Alcune norme dei trattati europei stanno introducendo il cosiddetto secondo “pilastro” nella sanità come nella previdenza, cioè l’assicurazione privata inserita nei contratti di lavoro con risorse sottratte alla tassazione e quindi anche al servizio sanitario pubblico. Lo scopo è quello di ridurre la spesa pubblica, questo grande nemico dei nostri tempi che ha oscurato il nemico vero, cioè la fame e la crescente povertà anche nel mondo ricco.
È importante che la difesa del servizio sanitario pubblico torni ad essere un tema al centro del dibattito politico, torni ad essere percepito per ciò che esso realmente è, fonte di occupazione, ricerca, istruzione, sviluppo e soprattutto per la sua capacità di ridurre la povertà curando tutti e soprattutto chi non può permetterselo.
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Martedì 17 Aprile 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:48