Ritrovare la passione per le cose di ogni giorno

Lunedì 16 Novembre 2020 di Antonio ERRICO

Ab assuetis non fit passio.  Non nasce passione dalle cose a cui siamo abituati: da quelle che ci circondano, da quelle che facciamo ogni giorno, dalla consuetudine, dall’ordinario, dall’abitudine, non viene nessuna passione. Si avverte sempre il bisogno dell’insolito, del nuovo, di qualcosa di straordinario che stupisca, che affascini, coinvolga. Forse è normale. In tempi normali, consueti, forse è normale che si senta il bisogno di un’esperienza nuova che richiami, che provochi una passione. In tempi normali. Ma quando i tempi non sono proprio normali, come quelli che stiamo vivendo con il flagello della pandemia, quando si verificano fenomeni e storie che suscitano stupore, meraviglia anche impaurita alle volte, allora, in quei tempi, si sente il bisogno di appassionarsi alle cose consuete, alle storie di ogni giorno, agli affetti profondi, essenziali. Ecco: forse quando i tempi si presentano con tratti straordinari, si sente il bisogno dell’ordinarietà dell’essenziale. In tutto.

L’essenziale è quello che consente qualche certezza particolare nell’incertezza generale. Sono le creature e le situazioni di cui ci si può fidare. È la soglia di casa, uno stretto legame, il volto che riconosci, la voce che ti rasserena, una memoria che ha messo radici nel cuore. Quando vengono tempi con gli argini frananti, si ha bisogno di un cespuglio al quale aggrapparsi.

Il tempo che si sta vivendo è un tempo così. Un tempo di smottamenti costanti, di precarietà che si avverte nell’aria, che s’intravede sui volti seri dei passanti, negli occhi lasciati scoperti dalle mascherine che indossiamo. È un tempo di incertezza concreta, affiorante dalle parole, dai silenzi, dagli sguardi, che si manifesta con la distanza che si deve stabilire con l’altro. Una frontiera immaginaria. A volte anche un muro immaginario. Uno spazio vuoto fra le esistenze. Non avvicinarsi, non toccarsi, non darsi la mano. Ridurre quanto più è possibile la prossimità, la contiguità, la vicinanza. Un modo per tentare di salvarsi, affidando l’incontro con l’altro al battito d’ali di un pensiero. Come dicono quei versi di Rainer Maria Rilke: “Noi ci tocchiamo./Con che cosa?/ Con dei battiti d’ali./ Con le stesse lontananze/  ci tocchiamo”.

È un tempo che ci sorprende, del quale sembra che non si conosca niente, che molto spesso non riusciamo a decifrare, che mette in crisi perfino il rapporto con noi stessi, con la nostra esistenza e con quella degli altri. E’ un tempo che ci disorienta a volte anche sottraendoci il senso delle relazioni che abbiamo stabilito con le persone e con i luoghi, rispetto ai quali in qualche caso accade che si abbia l’impressione di non averli mai frequentati. È come se ci fossimo dislocati dai territori di significato che abbiamo sempre attraversato, come se avessimo la necessità di ricollocarci in territori nuovi o rinnovati, di trovare altri punti di riferimento, altri sistemi di orientamento. Ancora: di costruirci diverse consuetudini, nuove abitudini, un’altra quotidianità alla quale appassionarci. Si potrebbe addirittura osare e dire che ci troviamo in un contesto che sta rapidamente generando una nuova cultura, un nuovo modo di pensare, una nuova visione del mondo vicino e lontano.

Siamo nella stessa condizione di qualcuno che si trova nel mezzo di un fiume e non sa se procedere verso la sponda sconosciuta che ha davanti o se tornare verso la sponda che ha appena lasciato. Siamo così, dunque. Oppure siamo come su un’altura, in quella condizione che Freud rappresenta  al principio del terzo capitolo dell’ “Interpretazione dei sogni”: “Quando, attraversata una stretta gola, si giunge improvvisamente a un’altura dove le vie si separano e si dischiudono ampie vedute per ogni parte, è lecito sostare un attimo e riflettere in quale direzione convenga innanzitutto volgere i propri passi”.

È per questa ragione, probabilmente, che avvertiamo in maniera più forte rispetto soltanto ad un recente passato, un bisogno di riferimenti essenziali. È per questo motivo, probabilmente, che sentiamo una nuova passione per le piccole cose quotidiane, per le abitudini, i domestici rituali. Appassionarsi è forse l’unica maniera per non avere paura.

Forse non ci eravamo mai accorti, non avevamo mai fatto caso, al significato essenziale che assume lo stare insieme, per esempio, la compagnia degli altri. Stare insieme con  altri era una condizione così scontata, così normale, che non avevamo cognizione, forse, della sua importanza. Adesso invece aspettiamo che venga il tempo in cui si possa stare di nuovo con gli altri. Abbiamo passione di questo. Abbiamo passione per quell’essenziale che non pensavamo  fosse essenziale, che, anzi, talune volte ci sembrava perfino banale. 

Forse questa esperienza di scoperta dell’essenzialità delle abitudini, dovrebbe costituire un’occasione per distinguere le cose che sono essenziali da quelle che non lo sono, per ripristinare il loro valore, anche per rendersi conto della rilevanza che diamo a faccende che contano poco o non contano niente. Forse dovrebbe essere un modo per comprendere che dentro quelle abitudini, nelle loro motivazioni, ci sono espressioni alle quali diamo il nome di sentimenti.

I sentimenti nei confronti dell’essenziale di cui sono fatte le nostre giornate. La passione per quell’essenziale che in questo tempo si è sospeso, che si è ritirato, contratto nell’ombra di una nostalgia, in attesa di riproporsi nel modo in cui era, oppure con forme nuove ma similmente appassionanti.

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