Mezzogiorno, urge ricucire il divario generazionale

Domenica 25 Febbraio 2018 di Ugo PATRONI GRIFFI*

Come documentato da due recentissime ricerche (“Rapporto sulla sussidiarietà. Sussidiarietà e … giovani al Sud” (2018) e Fondazione Bruno Visentini Rapporto 2017) il principale problema dell’Italia è il divario generazionale. Divario che nel Mezzogiorno assume connotazioni, e basti leggere il raffronto tra il tasso di occupazione giovanile nel sud e quello nel nord, davvero drammatici. Si è scavato un vallo tra il settentrione e il meridione che consente di ritenere di fatto negati alle giovani generazione quei principi di solidarietà ed uguaglianza scolpiti nella Costituzione (articoli 2 e 3). Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. L’indipendenza economica perde i connotati della aspettativa, ma diviene un miraggio. Gli scenari di probabilità elaborati a partire dai dati statistici attuali stimano il periodo di tempo necessario per raggiungere l’indipendenza economica da parte dei giovani nel 2030 in 28 anni. Insomma una infausta profezia Maya che vede i giovani raggiungere l’indipendenza a 50 anni. Quando giovani non si è più. Si tratta di medie ponderate. Il che significa che l’età dell’indipendenza economica nel meridione può essere anche più remota.

Di fronte ad un siffatto scenario le soluzioni possibili non sono molte. La prima è la ricerca di un nuovo, efficace, patto intergenerazionale. Tra i baby boomers che hanno avuto tutto, e probabilmente troppo. E i millennials a cui è offerto poco, e probabilmente troppo poco. Patto che potrebbe fondarsi su un contributo solidaristico eccezionale. Dall’altra, occorre una legge quadro che affronti di petto la questione giovanile. Semplificando e rendendo più efficaci gli incentivi oggi previsti da una miriade di provvedimenti, tra disciplina nazionale e regionale. Incentivi per l’imprenditoria giovanile, per la formazione, per la mobilità.

Va cambiato l’approccio. Recuperando una dimensione bottom up. Che strutturi incentivi ed offerta formativa sulle esigenze attuali del mercato. Filtrate attraverso un confronto con i corpi intermedi (imprese, sindacati, scuole e soprattutto università). Ciò potrebbe avere un effetto immediato su quella parte della popolazione giovanile rinunciataria: i neet (“not (engaged) in education, employment or training”, vale a dire persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione). Oggi in prevalenza giovani donne meridionali (la maglia nera è vestita da Brindisi e Palermo). Che ha smesso di cercare impiego, e si è rassegnata a rimanere disoccupate. A questi giovani va offerto “sapere professionalizzante” che conduca subito ad occasioni di impiego.

Ma anche i giovani più scolarizzati e quelli con una formazione universitaria devono essere oggetto di un incentivo a rimanere nel mezzogiorno. Si intenda. Il dibattito sulla fuga dei cervelli è spesso mal posto. Non a caso la stessa traduzione della locuzione inglese “brain drain” è fuorviante. La mobilità in fase di formazione e lavorativa è importante. Quest’ultima costituisce – nell’epoca della moneta unica – uno dei più efficaci ammortizzatori sociali. Ma se non si creassero le condizioni per il ritorno nel meridione delle energie migliori allora si assisterebbe davvero ad un “brain drain”. Alla sterilizzazione del Mezzogiorno. Ad un declino inarrestabile. Ad un invecchiamento della popolazione non solo anagrafico, ma anche culturale. Abbiamo bisogno di politiche che accompagnino i primi segnali di ripresa. Anche qui è necessaria una semplificazione e selezione degli interventi di sostegno. Un maggiore raccordo tra strumenti nazionali e regionali.

Va anche preso atto della necessità di politiche eccezionali. E qui la proposta di Zone economiche speciali (Zes) fa ben sperare. Purchè declinata facendo tesoro delle migliori esperienze in campo internazionale. Le Zes hanno consentito alla Polonia di resistere meglio alla recessione, dimostrando una insperata efficacia anticiclica. La ricetta per il successo è costituita da semplificazione amministrativa, incentivi economici e fiscali per i nuovi insediamenti industriali, esenzioni doganali (zone franche), disciplina moderna del lavoro (un contratto Zes da concordarsi con i sindacati). Oggi le Zes nei paesi industriali costituisco lo strumento per la rigenerazione dei tessuti produttivi coerentemente con i principi fondamentali della blue economy (Smart Zes, Eco Industrial Parks etc.), alla ricerca di un modello di sviluppo sussidiario ed ecosostenibile. Nel Sud Italia questa peculiarità potrebbe farsi apprezzare. Permettendo di elidere i danni provati dalle politiche di industrializzazione del mezzogiorno degli anni ’70 in cui la ricerca di incrementi occupazionali era avvenuta a danno di altri valori fondamentali: salute ed ambiente. Favorendo le start up innovative e la ricerca. La riuscita di una nuova politica economica nel mezzogiorno non è però scontata. Al successo si contrappongono non solo i retaggi del campanilismo ma anche i mandarini della burocrazia. Eppure è una sfida che occorre vincere. Nell’interesse del Sud, ma anche del nord di cui il meridione costituisce il principale mercato interno.

* Presidente Autorità sistema portuale Adriatico meridionale

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA