Covid e smart working, Milano svuotata. Un ristoratore: «Il Governo ci aiuti per affitti e bollette»

Venerdì 28 Agosto 2020 di Domenico Zurlo
Covid e smart working, Milano svuotata. Un ristoratore: «Il Governo ci aiuti per affitti e bollette»

La pandemia di coronavirus e il conseguente passaggio di massa allo smart working ha provocato e sta ancora provocando un profondo cambiamento nelle grandi città, in Italia e non solo: a Milano in particolare il sostanziale svuotamento della città sta mettendo in ginocchio alcuni settori, in particolare quello della ristorazione, che ha visto ridotta al lumicino la platea dei suoi clienti, dai turisti agli studenti universitari passando per i lavoratori degli uffici.

I problemi che i ristoratori stanno affrontando sono enormi: uno di loro, Leonardo Jaretti, insieme al cugino Matteo meno di un anno fa ha aperto una cotoletteria, CotolettaMI, ma dopo pochi mesi ha dovuto affrontare il lockdown e tutte le sue conseguenze. «Milano è vuota, gli affari non decollano ma i costi fissi rimangono fermi - ha raccontato a Leggo - non solo gli affitti, ma anche le bollette, i finanziamenti per i macchinari. La situazione è drammatica: noi siamo una piccola realtà, ma ci sono tante attività in centro che non hanno nemmeno riaperto, e non sappiamo ancora cosa accadrà nei prossimi mesi», le sue parole.

Il Governo è intervenuto nei mesi scorsi con diversi aiuti: «Per quanto riguarda gli affitti siamo stati aiutati con tre mesi di credito di imposta. Poi c'è la cassa integrazione, a cui abbiamo fatto ricorso anche noi che abbiamo pochi dipendenti: ma ora è già in ritardo di tre mesi - aggiunge - Inoltre come nuova attività abbiamo ricevuto duemila euro a fondo perduto». Ma non ci sono solo gli affitti: «Le bollette sono rimaste salate anche durante il lockdown, anche perché la percentuale dei consumi sulla cifra da pagare è sempre bassa rispetto alle altre voci. Idem per il leasing dei macchinari, su cui non abbiamo avuto agevolazioni». Infine, sempre per l'affitto, «abbiamo provato ad avere uno sconto sulla cifra ma il locatario ce lo ha negato, perché il rischio d'impresa è il nostro».

In sostanza dunque, se da un lato lo smart working sta cambiando profondamente la concezione del lavoro ed è dunque una tematica sovranazionale, il problema dei costi fissi secondo il ristoratore dovrebbe essere affrontato con più insistenza da parte delle autorità: «Dovrebbe essere il governo centrale ad intervenire per darci un aiuto, perché sono tematiche su cui non si può lasciare tutto alla contrattazione tra privati - conclude Leonardo - La pandemia ha accelerato processi per cui normalmente ci vogliono anni, se non decenni. Le grandi città non erano preparate ad un cambiamento così radicale nel giro di poche settimane».

Qualche giorno fa era stato lo chef Filippo La Mantia a lanciare l’allarme, con la chiusura del suo ristorante a Milano: troppe le spese da sostenere, uguali o superiori al pre lockdown, a fronte di entrate molto minori. Un annuncio dato a sorpresa durante la trasmissione In Onda su La7: l’affitto di 28mila euro gli era stato dimezzato a 14mila solo per due mesi, ma una volta tornato al canone pieno si è reso conto che il 40% di calo delle entrate non gli consentiva di sopravvivere.
La Mantia però ha scelto di non arrendersi al coronavirus e ha già annunciato le sue intenzioni di cercare un locale più piccolo e meno costoso per riaprire. Già durante il lockdown aveva scelto di ricorrere alle consegne a domicilio per continuare a lavorare, e all’inizio della fase 2 aveva predetto come la riapertura dei ristoranti sarebbe stata “un massacro”.

Ultimo aggiornamento: 29 Agosto, 12:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA